Freespace is everywhere you want

 

La mostra principale, distribuita tra le Corderie dell’Arsenale e il Padiglione Centrale ai Giardini, non fuga le perplessità circa la vaghezza del significato del Freespace

 

L’emblema di questa Biennale potrebbe essere l’installazione di Barclay & Crousse: non potendo reificare l’opera (sacrosanto), gli architetti rappresentano l’Universidad de Piura, attraverso alcune casseforme traforate utilizzate per i getti e alcune panche dove sedersi e ricaricare i propri dispositivi mobili; proprio come gli studenti peruviani, ripresi da un video a camera fissa mentre animano di vita uno degli spazi comuni. Benvenuti alla Biennale!

Proviamo a decodificare questo Freespace, dalle maglie davvero larghissime, che ci propongono le curatrici Yvonne Farrell & Shelley McNamara come «generosità di spirito e senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda, concentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio».

 

Spazio comune / pubblico

Le curatrici portano come esempio, nella sala d’ingresso delle Corderie a loro riservata, l’Arsenale stesso (ve lo sareste mai aspettato?). Peccato che l’allestimento (proiezioni sui muri laterali di disegni e vedute storiche) non se lo fili nessuno…

E poi, profusione di spazi per la formazione e la cultura: più scuole che musei, per fortuna. Ma anche progetti a usi misti (come gli Star Apartments per homeless di Michael Maltzan a Los Angeles, o gli interventi indiani di Rahul Mehrotra, d’ibridazione tra spazio pubblico e privato o tra categorie distanti nella scala sociale), o caratterizzati dall’ampiezza degli spazi di relazione (esemplificata nell’efficace allestimento di Lacaton & Vassal, con foto giganti che “sfondano” i limiti fisici della parete della sala). Ma è anche lo spazio pubblico urbano (Inês Lobo), il “nuovo suolo” di una copertura calpestabile (come nell’asilo di Tezuka Architects). Ma anche l’introiezione dello spazio esterno alle Corderie, nell’operazione concettuale site specific di abbattimento del muro propugnato da Rozana Montiel. E, all’opposto, quello aulico dell’agorà greca nell’Isola dei musei berlinese con l’addizione della James Simon Galerie (David Chipperfield), rappresentato attraverso un rigoroso quanto magnetico video basato solo sulla grafica delle linee stereometriche su campo bianco, con i rumori di fondo della città.

 

Spazio fluido

E’ l’aggettivo che ricorre di più nelle descrizioni: visto come elemento unificante, percorso che innerva gli interventi dalla scala edilizia (Diller & Scofidio + Renfro) a quella territoriale (Jensen & Skodvin, Gumuchdjian Architects).

 

Spazio tettonico

Quando la struttura diventa spazio: setti che neoplasticamente definiscono ambienti (Matharoo Architects); solidi geometrici semplici che celano all’interno sequenze imbricate (Andra Matin); cavità scultoree (Arrea, Paredes Pedrosa); ombrelli parasole -utilissimi, collocati davanti al padiglione Italia!- in bambù (VTN Architects).

 

Spazio paesaggistico

Le azioni di valorizzazione (gli interventi cinesi di Design and Architecture) e di riassetto territoriale (il piano anti-inondazioni di BIG per Manhattan; gli aménagement di Weiss/Manfredi), i percorsi per un turismo alternativo (Transcaucasian Trail), secondo un’idea pervasiva d’infrastruttura sociale.

 

Spazio dell’impegno

L’eredità più diretta dell’edizione precedente, targata Alejandro Aravena. Il progetto come vocazione sociale e occasione per accrescere la consapevolezza e la dignità in realtà marginali, svantaggiate e disagiate (Mehrotra, Anna Heringer, BC Architects, Studio Gang, Marina Tabassum).

 

Spazi della riconfigurazione

Di certo i più comprensibili (e anche di gran moda); spesso frutto d’interessanti operazioni a partire dalla committenza. Occasione per letture comparate (Elisabeth & Martin Boesch) o per racconti di singoli casi studio (tra gli altri, il Corviale ripensato da Laura Peretti a seguito del concorso). Particolarmente stimolanti della sala Beckett a Barcellona di Flores & Prats (con un allestimento -non a caso- teatrale, di particolare effetto per la messa in scena in rapporto al retro scena, dove viene “vomitato” tutto il progetto nel suo farsi in ogni fase, come se ci trovassimo all’interno dell’atelier), o l’adattamento degli ex bunker su un’isola del Mar Baltico a scopi ricettivi (Skälsö Arkitekter), o il progetto Caritas per una clinica psichiatrica in Belgio (de Vylder Vinck Tallieu), o le soluzioni di Amateur Studio, alternative alla demolizione di alcuni villaggi cinesi. Tutti casi in cui l’allestimento contribuisce felicemente alla veicolazione dei messaggi.

 

Spazi cognitivi

Piuttosto inattesa, si trova con piacere una gran messe di disegni, di ogni genere e fattura, famosi e non. Un’occasione per coltivare gli spazi del possibile: dai progetti per Venezia redatti dai maestri e rimasti sulla carta, alle visioni utopiche, alle allegorie, agli schizzi concettuali (in particolare, le tassonomie di Elizabeth Hatz).
Di qui gli ultimi due passaggi.

 

Omaggi / Testamenti

La mostra è disseminata di omaggi e tributi a protagonisti amati dalle curatrici, le quali ne affidano la rilettura ad alcuni invitati: da Sigurd Lewerentz (riletto da Kieran Long e altri) a Luigi Caccia Dominioni (riletto da Cino Zucchi), a Konrad Wachsmann (riletto da Burkalter Sumi con Marco Pogacnik), ai maestri (Le Corbusier, Wright, Kahn, Noguchi) nei loro progetti per Venezia citati prima, raccolti da Carlo Scarpa per la 36. Esposizione Internazionale d’Arte del 1972.

Altrove, compaiono invece i contributi di alcuni maestri viventi. Nei mesi precedenti, ci immaginiamo le curatrici recarsi al capezzale dei venerabili, chiedendo loro un commento, un punto di vista sul Freespace. Ne escono pagine quasi testamentarie, che in mostra non rendono molto: vale, su tutti, per Rafael Moneo. Altri invece hanno elargito un gesto (vedi voce seguente), mentre alla voce “autocelebrazioni” si registra la retrospettiva di fantastici modelli -tutti diversi tra loro- squadernati dall’atelier di Peter Zumthor.

 

Allestimenti / Rappresentazione

Su quelli di particolare effetto ci siamo già soffermati (aggiungiamo però quello sublime e glaciale -nel vero senso della parola- di Dorte Mandrup per l’Icefiord Centre in Groenlandia, nella foto di copertina). Molti altri deludono, soprattutto alla voce “maestri”. Se quello di Toyo Ito trasmette qualche emozione, quelli di SANAA e Alvaro Siza sono addirittura imbarazzanti, chè paiono realizzati col piede sinistro.

Più in generale, si notano due registri del racconto. Così, accanto agli allestimenti, sono tornati in auge i modelli; ma, tendenzialmente, sempre parziali, al punto da essere scambiati per feticci. Il progetto viene così esplicitato per frammenti, i quali tuttavia raramente riescono a restituire un’esperienza percettiva o una reale comprensione delle intenzioni. Per contro, rileviamo con soddisfazione una quasi totale scomparsa dei rendering, a fronte di una netta prevalenza della fotografia. E se è vero che alcuni invitati hanno tirato fuori dagli archivi cose già viste, il contributo originale può comunque arrivare dalle modalità in cui queste vengono presentate.

 

Morale della favola

Nell’eterna contesa tra ragioni autonome o eteronome dell’architettura, stavolta la bilancia propende nettamente verso le prime. Tuttavia, non abbiamo bene compreso che cosa sia questo Freespace, se non una mozione a favore della buona architettura, vista cioè come un arricchimento di senso rispetto alla pratica dell’edilizia, alla mera soddisfazione di una necessità. D’altronde, il concetto di qualità resta qualcosa di difficilmente esplicitabile.

E poi? Non ci resta che sederci per riposarsi (mai visti tanti spazi allestiti per l’ozio, dove in molti sonnecchiano) e ricaricare il cellulare…

 

 

PAGELLE SEMISERIE (perchè non bisogna mai prendersi troppo sul serio)

promossi: Amateur, Andra Matin, Boesch, Blumer, Chipperfield, de Vylder Vinck Tallieu, Flores & Prats, Heringer, Maltzan, Mandrup, Montiel, Skälsö

appena sufficienti: Assemble, BIG, Crimson, Diller Scofidio + Renfro, Elemental, Gang, Ito, Mateus, Mehrotra, Olgiati, Tabassum, Tezuka, Torzo, Vector, Weiss Manfredi, Zucchi

rimandati: Caminada, Caruso St. John (entrambi fuori tempo massimo), Zumthor (adorabile ma narcisista), Lobo (reticente), Galfetti + Sergison Bates (ebbasta con ‘sti video autoriali, che non guarda nessuno!)

bocciati (senza appello): Bearth & Deplazes, Grasso Cannizzo, Pinos, SANAA, Sauerbruch Hutton, Siza, Tagliabue

decotti: Botta, Mendes da Rocha, Moneo

n.g.: Souto de Moura (ha mandato due foto…)

Per concludere: #aridatecearavena

 

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