Yvonne Farrell e Shelley McNamara: l’architettura non deve essere inaccessibile

 

Le curatrici della 16. Biennale di Architettura ci parlano di Freespace, tra possibili chiavi di lettura, pubblico allargato e rapporto con le altre edizioni

 

Freespace è una mostra che espone molte cose e molti temi, dal presente al passato, dall’architettura costruita ai progetti, alle visioni e aspirazioni alle diverse scale e tipologie. Quali sono le sue chiavi di lettura?

Yvonne Farrell: La prima è la città in cui si tiene questa mostra, Venezia. È un evento che si svolge tra edifici fantastici di cui abbiamo cercato di svelare il carattere. Vogliamo che i visitatori si accorgano delle Corderie, uno straordinario edificio lungo più di 300 metri, che è stato sia un luogo di produzione che di rappresentazione. Uno spazio unico che si propone, di fatto, come uno dei partecipanti della nostra Biennale. Quando percorri tutte le Artigliere e giri a sinistra, la luce ti invade dai 2 lati, il riflesso dell’acqua ti travolge alle Gaggiandre, con i 2 corpi d’acqua e la straordinaria copertura che li tiene insieme. E le stesse sensazioni di meraviglia si ritrovano al Padiglione Centrale dei Giardini, dove le stanze sono incredibilmente “misurate” dalla luce del giorno che filtra. Appena arrivate lì abbiamo trovato spazi bui e sbiaditi, dove era perfino difficile orientarsi. Abbiamo tolto le coperture per permettere alla luce del giorno di penetrare all’interno, abbiamo aperto porte per connettere gli spazi scoprendo anche una meravigliosa finestra disegnata da Carlo Scarpa che mette il volume interno in relazione con il canale retrostante. Abbiamo riattivato tutti i collegamenti possibili, fisici e visivi, con la città, contribuendo a creare uno spazio rinnovato e affascinante come quello soppalcato in cui abbiamo deciso di ospitare l’esposizione di modelli di Peter Zumthor. Quindi, in sintesi, il nostro Freespace sta innanzitutto negli edifici che lo ospitano. Il secondo aspetto si collega invece alla richiesta, che abbiamo fatto a tutti i partecipanti, di dare una risposta personale al tema del nostro manifesto sul Freespace. È molto bello vedere i linguaggi e le modalità di rappresentazione selezionati dai singoli architetti. Non posso dire di avere un approccio preferito, sono tutti un’espressione collettiva della passione per l’architettura. Quando cammini lungo le Corderie, tutta la lunga navata centrale è vuota, ma se entri nelle “cappelle laterali” ti accorgi che grazie alle installazioni sono nati rapporti e relazioni trasversali che normalmente non ci sono. È qualcosa da cui trarre ispirazione, un cambiamento che investe il modo stesso di pensare.

Shelley McNamara: Uno degli aspetti su cui abbiamo fortemente lavorato è il modo di comunicare con i visitatori. L’architettura non deve essere intesa come un’entità remota o lontana, qualcosa che si presenta come inaccessibile alle persone “normali”. Anche per favorire questo incontro abbiamo lavorato molto sulla materialità. Visitando questa Biennale puoi sentire il profumo del legno e del bambù, puoi vedere e toccare dei mattoni fatti in maniera fantastica e lo stesso vale per i marmi o le pelli. Puoi “sentire” la neve e il ghiaccio. Ci piace molto pensare la sorpresa e la scoperta come dimensioni privilegiate e personali per chi visita Freespace. Pensiamo a un modo alternativo di dare informazioni e a un diverso approccio all’educazione stessa. Non è una questione di consumo della conoscenza, ma di scoperta della conoscenza stessa. Se si è costretti ad “assorbire” cose che vengono dette da altri si tende a dimenticarle, mentre la scoperta personale genera l’appropriazione. Ci piaceva l’idea che le persone sarebbero venute qua, non avrebbero compreso tutto magari, ma si sarebbero avvicinate alle questioni che poniamo attraverso la scoperta.

 

È questa quindi una delle strade attraverso cui la Mostra vuole parlare alle persone, ai non architetti?

YF. Il pubblico ha diritto ad avere buona architettura e questo è per noi un tema molto importante. Non siamo una setta. L’architettura è un linguaggio silenzioso che parla a tutti e tutti ne sono coinvolti. Abbiamo certamente voluto rivolgerci prima di tutto agli architetti, ma abbiamo anche scritto un Manifesto che fosse semplice e facile da leggere: non per semplificare la complessità dell’architettura, ma perché le persone hanno bisogno di percorsi per avvicinarsi ed entrarvi. Per chiarire questo concetto solitamente ricorriamo all’esempio della genetica e della doppia elica del DNA, che tutti riescono a comprendere perché la spiega in modo semplice.

Non abbiamo mai scelto di rivolgerci solo agli architetti, ma ci siamo trovate nella situazione di parlare davanti a un pubblico più vasto solo in quattro o cinque occasioni perché viviamo in un mondo compartimentato e specializzato. Gli architetti non hanno deciso di parlare solo agli altri architetti. Funziona in questo modo anche in altri ambiti, nella musica, nella danza, nella sociologia… Sarebbe fantastico riuscire ad attivare una collaborazione, ma capita raramente e tutti i settori ne soffrono.

SMN. Quando siamo riuscite a farlo, abbiamo incontrato persone affamate di conoscenza e questo è stato davvero stimolante.

 

Qual è stato, se c’è stato, l’impatto dell’ultima Biennale curata da Alejandro Aravena?

SMN. Abbiamo visto tutte le Biennali passate e tutte ci hanno influenzato. Come anche Paolo Baratta ha ricordato, ci è stato chiesto di rappresentare i nostri valori, una mostra con una personalità che ci rappresentasse. Ci siamo chieste: come possiamo farlo? Come possiamo rapportarci non solo con la Biennale di Aravena ma anche con Common Ground di David Chipperfield, ad esempio? È una questione di contenuti dell’architettura, non solo di individualità.

 

L’Italia è presente in mostra con architetti famosi, come Cino Zucchi e, in modo diverso, Giuseppina Grasso Cannizzo, e architetti meno noti, come Laura Peretti e Francesca Torzo. Come è stata effettuata la scelta e perché sono stati individuati?

SMN. Francesca Torzo è stata selezionata perché abbiamo conosciuto il suo lavoro a Mendrisio e siamo state ispirate dalla sua passione e inventività. Laura Peretti ha vinto il concorso per la riqualificazione del Corviale con un progetto stupefacente, che cerca di affrontare i suoi enormi problemi sociali, descrivendo in modo articolato le intenzioni che ne hanno motivato la costruzione e che poi sono state disattese, e di trasformarlo lavorando sul territorio e sul contesto che lo circonda. Con Cino Zucchi abbiamo voluto portare in mostra architetti del passato che ci hanno molto influenzato anche se li abbiamo scoperti tardi, come Luigi Caccia Dominioni. Crediamo che portare all’attenzione di tutti progettisti poco noti sia utile non perché sono sconosciuti, ma perché sono bravi: se il loro lavoro è stato di ispirazione per i curatori, potrà esserlo anche per altri. La casa a Noto di Giuseppina Grasso Cannizzo è stata una scoperta relativamente recente, di cinque-sei anni fa, e mi ha colpito per la freschezza dell’approccio.

YF. Quando abbiamo iniziato la nostra ricerca è stato molto difficile escludere. La selezione, necessaria, non è stata un’operazione facile.

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