Canada

Con “UNCEDED: Voices of the Land” (che all’Arsenale celebra l’architettura delle culture indigene) e “Canada Builds/Rebuilds a Pavilion in Venice” (che ai Gardini celebra il restauro del padiglione e la sua storia) il Canada raddoppia la sua presenza in Biennale

 

Canada 1 e Canada 2: come in una gara di bob i due padiglioni si lanciano in questa Biennale 2018 con attitudini completamente diverse. Da una parte, ai Giardini, un colto restauro di un padiglione degli anni cinquanta, dall’altra, all’Arsenale, una video installazione che celebra l’architettura delle culture indigene. Il progetto UNCEDED, coordinato dall’architetto, filosofo, attivista per i diritti umani Douglas Cardinal, insieme ad Anishnawbe Elders, analizza l’architettura indigena di tutta Turtle Islands, l’antico nome del paese, nella convinzione che “è opportuno che gli architetti indigeni di Turtle Island abbiano l’opportunità di esprimere il loro contributo unico a una visione del mondo in espansione. UNCEDED riflette sul bisogno di riconciliazione del nostro Paese, costringendoci a mettere in discussione la neutralità dei nostri ambienti costruiti e della terra in cui posano” come ha affermato Simon Brault, direttore e CEO del Canada Council for the Arts, commissario dell’esposizione.

A legare le due proposte un rinnovato interesse del paese per la propria storia.

Ai Giardini avviene un piccolo miracolo. Un padiglione di delicate proporzioni restituito nella sua integrità alla storia e al pubblico che può, così, tornare ad apprezzarlo per quello che era: la compiuta espressione di una cultura architettonica che negli anni sessanta era molto più globale e sentita di quanto si possa pensare. Il progetto, iniziato nel 2014 e finanziato dalla National Gallery of Canada con 3 milioni di dollari canadesi, è stato curato dal milanese Alberico Barbiano di Belgiojoso, erede diretto di uno dei progettisti, dal veneziano Troels Bruun di M+B Studio e dai canadesi Cornelia Hahn Oberlander and Bryce Gauthier per il landscape. L’edificio era stato realizzato negli anni cinquanta e inaugurato in occasione della Biennale del 1958 su progetto dello studio BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti, Rogers), che avevano interpretato in chiave non monumentale l’immagine di una tenda indiana, con riferimento alla tradizione canadese, ma realizzata in ferro e mattoni. La struttura della copertura è formata da putrelle che si incrociano nel cielo sopra il cortiletto creando un gioco di equilibri che rispetta gli alberi presenti in loco che, ovviamente, in sessant’anni hanno di molto aumentato le proprie dimensioni. Con gli anni il padiglione è diventato sempre più obsoleto, mostrando i limiti di una manutenzione trascurata e l’impossibilità di rispondere alle mutate esigenze espositive. Il progetto ha, in fatti, avuto varie vicissitudini, che sono passate da ipotesi di espansioni ipogee, per altro interessanti, per arrivare infine ad un restauro che ha dovuto giocoforza misurarsi con problemi strutturali, impiantistici ed antisismici accettando, quindi, di portare i necessari aggiornamenti.

Una signora canadese, presente all’inaugurazione, si è chiesta: ma perché non l’hanno fatto fare a un architetto canadese? È proprio questa la domanda alla quale la mostra approntata, a cura di Réjean Legault, cerca di dare una risposta che, al di là delle vicende storiche, crediamo vada ricercata nello spirito dell’epoca: un omaggio del Canada alla propria storia, ma anche un tributo al rapporto fra le culture dei due paesi, che oggi come allora, erano e sono in grado di mettere a frutto comune le proprie eccellenze.

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