Arcipelago alla deriva

Dal padiglione Italia di Mario Cucinella, il curatore-progettista emerge come unico attore senza approfondire soluzioni appropriate  per le problematiche esposte

 

L’odore acre del legno accompagna il visitatore fin dall’ingresso del Padiglione Italia, il cui curatore, l’architetto Mario Cucinella, ci invita a riflettere sulle aree interne italiane. Un tema che fin dalla sua enunciazione era stato considerato di interesse poichè volge lo sguardo a luoghi di una Italia minore, in cui i cittadini si identificano. La scelta di indagare cinque aree (Foreste Casentinesi, Camerino, Basento, Belice, Barbagia), attraverso l’interazione e il coinvolgimento delle comunità locali con altrettanti progetti di architettura specifici, aveva alimentato un’aspettativa positiva nei confronti delle scelte curatoriali. La visita al padiglione ha fatto emergere alcune criticità, figlie della continua dissonanza tra pensiero critico e progetto, tra architetto e curatore, tra progetto curatoriale e display. Se da un lato Cucinella propone una ricerca antropologico-urbanistico-analitica enfatizzando l’inflazionata multidisciplinarietà con l’ausilio di diverse figure disciplinari e il coinvolgimento delle Università (pratica ormai storicizzata e attuata nel tempo da Bernardo Secchi o da Stefano Boeri con Multiplicity); dall’altra si assiste ad un palinsesto di progetti architettonici divisi per otto itinerari (Alpi Occidentali, Alpi Orientali, Appennino Settentrionale, Appennino Centrale Appennino Sannita – Campano – Lucano, Subappennino Dauno – Alta Murgia – Salento, Appennino Calabro-Siculo, Sardegna) selezionati con una call pubblica (500 le candidature di cui 70 prescelte) con l’intento di promuovere il turismo dell’architettura, tra borghi antichi e architettura contemporanea. Una restituzione della condizione attuale dell’architettura italiana, enfatizzata dalla debolezza dei progetti alla micro scala, sintomo di uno scarso impegno della politica nazionale e locale nel formulare le giuste condizioni di metodo e di regole affinché si possa, finalmente, fare architettura pubblica.

La concezione del Padiglione Italia, così come é stata attuata fin dai primi anni Duemila, andrebbe ripensata nella forma e nella struttura, a partire dalla procedura di selezione del curatore che dovrebbe avvenire con una call pubblica aperta a tutti, come accade per gli altri padiglioni nazionali. La questione non riguarda la contrapposizione tra architetti contro critici e storici, come spesso alcuni personaggi della cultura architettonica evocano, ma consiste nel selezionare figure che hanno dimostrato capacità di fare sintesi di un pensiero critico, con esperienza curatoriale e soprattutto con una idea da esprimere, anche rifiutando liste ecumeniche di architetti, in un finto politically correct che provoca più danni che benefici al sistema dell’architettura italiana. Le soluzioni possibili esistono: basterebbe osservare gli altri Paesi, come hanno dimostrato Stati Uniti e Francia. Nel Padiglione americano l’architettura sfida la politica razzista e l’arroganza di Trump, in quello francese il tema della riconversione di edifici pubblici e privati viene attivato con processi partecipativi coordinati da collettivi di architetti durati decenni e non innescati in solo 365 giorni come avviene invece nei casi studio italiani proposti da Cucinella. La partecipazione delle comunità ha tempi lunghi, mediamente tre anni, come varie esperienze nazionali e internazionali hanno dimostrato. Nel caso delle cinque aree selezionate da Cucinella, il poco tempo a disposizione consente una analisi parziale e superficiale delle problematiche, senza approfondire soluzioni appropriate. Inoltre é palese come il ruolo del curatore entri in conflitto con quello di co-progettista insieme agli studi invitati (AM3 con Vincenzo Messina, BDR Bureau, diverserighestudio, Gravalos Di Monte Arquitectos, MoDus Architects, Solinas Serra Architetti), evidenziando una anomalia tutta italiana. La questione dunque é politica. Il curatore-progettista emerge come unico attore confinando i settanta progettisti, esito della call pubblica, ad un ruolo subalterno evidente anche nell’assenza di qualsiasi materiale di approfondimento nella cartella stampa, a fronte della pubblicità della School of Sustainability, ente privato fondato da Mario Cucinella Architects.

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