Paesi Nordici (Finlandia – Norvegia – Svezia)

Another Generosity suggerisce una riflessione tra artificio e natura e natura e ambiente costruito, con l’architettura che diventa tramite per la coesistenza

 

In un’architettura che, disegnata da Sverre Fehn nel 1962, non smette di essere fra le migliori in assoluto della cultura del progetto internazionale, una delicata installazione di macrocellule tecnologiche dalla grazia leggera di un film di fantascienza che vorremmo aver visto ci suggerisce con grande discrezione una riflessione sul rapporto fra artificio e natura, fra natura e ambiente costruito, fra ambiente costruito e funzioni vitali dell’uomo: forse non arrivando ad una risposta, ma sicuramente appagando il nostro bisogno di pensare.

L’escamotage espositivo è costituito da una serie di strutture gonfiabili, che fanno da tramite tra ambiente naturale e ambiente edificato, contenenti due elementi fondamentali quali aria e acqua. Le strutture cellulari rispondono agli stimoli esterni, a volte invisibili, creando un nuovo tipo di esperienza consapevole.“Another Generosity”, curato dall’architetto finlandese Eero Lundén e commissionato dai tre Musei nordici Museum of Finnish Architecture, Norwegian National Museum of Art, Architecture and Design, Swedish National Centre for Architecture and Design, esplora le relazioni nella convinzione che si tratti di una generosità da condividere non solo tra esseri umani, ma anche con la natura e per la natura, consapevoli che la presenza dell’uomo ha cambiato l’equilibrio del nostro pianeta.

Ma tutto ciò non è necessariamente negativo: l’architettura può facilitare la creazione di un mondo che supporti la coesistenza di entrambi, uomo e natura, in simbiosi, e l’installazione spaziale ci permette di raggiungere una nuova consapevolezza di tutto ciò. È un credo riassunto in un piccolo libretto, nero il fronte e bianchissime le pagine, che presenta “un’esperienza di immersione per i visitatori e un luogo per incontri e discussioni” nel quale si deve pensare ad un mondo che da antropocentrico diventi simbiotico, nel quale si passi dalla “macchina all’organismo” e l’edificio si “un organismo dell’ecosistema, abitato e utilizzato dalle persone”. Come può essere dunque il futuro dell’architettura? Solo quello nel quale l’architettura “risponda agli elementi e agli abitanti”. A questo punto, forse, ci vuole anche un uomo nuovo.

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