Austria

“Thoughts Form Matter”

 

I contributi dei tre studi (Henke Schreieck, LAAC, Sagmeister & Walsh), invitati dalla curatrice Verena Konrad, interpretano il concetto di Freespace con tre installazioni spaziali che si compenetrano e convergono in parte l’una nell’altra; concretizzano e visualizzano concetti quali “deviazione”, “atmosfera” e “bellezza”. Lo spazio libero viene concepito come “ideale” e dinamicamente complesso e riunisce dentro e fuori, verticale e orizzontale, il padiglione storico e il linguaggio dell’architettura e del design contemporanei. “Thoughts Form Matter” ambisce ad essere un invito sia a riconoscere il potere dell’architettura in quanto indagine intellettuale, sia alla libertà di progettare spazi svincolati da questioni funzionali od economiche.

I tre studi invitati descrivono la loro pratica come un processo astratto che prevale sulla ricerca di una forma concreta in cui estetica, funzione e costruzione trovano un equilibrio. Riflessioni concettuali che prevalgono sulla definizione di reali forme architettoniche; raccontano di spazi che devono sedurre l’occhio, il corpo e l’intelletto. Si tratta di installazioni che forse vogliono produrre riflessioni che sono più vicine al contesto della Biennale d’Arte.

Vale per la “Sfera 1: 50.000″ di LAAC. Il progetto parte dalla pianta del padiglione austriaco costruito nel 1934 da Josef Hoffmann e Robert Kramreiter; venti anni dopo Hoffmann aggiunge nel cortile un muro curvo. L’installazione spaziale interpreta questo gesto come una “deviazione”. Alla base, la superficie circolare specchiante deforma (devia) la nostra consueta relazione con gli elementi tettonici ed esprime una dualità dello spazio. Lo spazio architettonico si piega, distorce luogo e persone, trasportandoci, almeno nelle intenzioni, in un’altra situazione, oltre il dato reale e l’immaginabile. In questo modo, la parte specchiante diventa lo strumento della deviazione. La simmetria è distrutta e la deviazione espande gli spazi reali del padiglione. La deviazione non vuole essere solamente un effetto visivo ma attraverso la sua materia trasparente, riflettente opalescente, lo sferoide esalta la percezione di influenze atmosferiche come luce, temperatura e pioggia. La sfera non definisce una forma statica dello spazio ma, piuttosto, quella che emerge attraverso la sua interazione con l’ambiente circostante.

L’installazione “Layer of Atmosfere” riflette sullo spazio longitudinale interno al padiglione. Apparentemente sembra un grande oggetto di arredamento fuori scala o una scultura lignea percorribile: le azioni di camminare, fermarsi, sedersi, stendersi dei visitatori generano attraverso il loro movimento lo spazio visivo, tattile e acustico ed hanno la possibilità di esperire lo spazio del padiglione diversamente e fino alla sua sommità. Attraversando un ponte che conduce dentro lo spazio luminoso dell’atrio, ci si trova avvolti da pareti di carta che catturano la luce e l’accompagnano nello spazio creando giochi di ombre e di luci con il loro movimento. Si concentrano quindi sulla creazione non di forme bensì di atmosfere attraverso materiali, superfici, luce, cattività, rumori.

Se è vero, come è vero, che l’architettura non riempie lo spazio ma lo genera, in realtà le tre installazioni sono oggetti senza forma, collocati all’interno del padiglione; molto più interessante in questo senso l’allestimento del Padiglione dell’Indonesia, che mette in scena una poetica riflessione sulla costruzione del Vuoto.

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