Arianna ha perso il filo ed è rimasta a Naxos

Un commento del fondatore del Giornale, Carlo Olmo, al Padiglione centrale ai Giardini, che ospita una parte della mostra principale della 16. Biennale di Venezia

 

Chi non ricorda le languide note de Il Lamento di Arianna di Claudio Monteverdi? La povera Arianna dopo aver salvato Teseo viene abbandonata a Naxos.

Uscendo dal Padiglione centrale ai Giardini curato da Yvonne Farrell e Shelley e McNamara, il visitatore spaesato si domanda se la povera Arianna non sia ancora in vacanza a Naxos.

La mostra non solo è senza un filo, ma, coinvolti nel labirinto cretese, architetti e critici sembrano aver perso anche il filo che lega progetti e opere.

Solo tre illustri esempi. Peter Zumthor nella sua sala rialzata ci offre modelli di architetture che non sono solo decontestualizzate ma prive di ogni legame, anche flebile, tra progetto, modello e opera. Autentici spari nel buio.

Cino Zucchi, raffinato e colto architetto, ci propone una lettura sconcertante dell’opera di Luigi Caccia Dominioni (nella foto di copertina di Elena Franco, un allestimento). Disegni tanto autoriali quanto decorativi (non esiste un legame con il momento dell’iter progettuale in cui si collocano) inquadrati in cornici ancien régime persino per i disegni stessi, hanno il controcanto in fotografie che a specchio dovrebbero aiutare il viandante confuso a materializzare l’opera che il disegno dovrebbe spiegare nella sua concezione. Specchio o rispecchiamento, evocazioni di Narciso o Zdanov, davvero la lenta maturazione di progetti altamente professionali, figli di regole, pratiche, infinite correzioni, appare svanire in un’esaltazione del collezionismo che Boltansky e Esquerre hanno recentemente messo a fuoco.

Il terzo esempio è forse ancor più sconcertante. Copie fotografiche di disegni prestigiosi (brutte copie e mal sistemate) dei progetti incompiuti a Venezia (Kahn, Wright, Le Corbusier), presentati senza uno strumento che aiuti a collocarli nella topografia e storia veneziana, ma anche all’interno delle stesse biografie dei tre architetti, appaiono quasi uno sberleffo ai tre maestri e alle diverse committenze che li avevano immaginati, ma ancor più alla storia stessa della città.

Forse Arianna si è non solo rifiutata di tornare da Naxos e regalare il filo alle due curatrici, ma ha lasciato soli gli architetti nel labirinto veneziano, avvicinando così due miti che sarebbe arduo mettere assieme: quello appunto di Arianna e quello di Sisifo. Come nel piccolo e provocatorio testo di Albert Camus del 1943, la mitologica fatica di Sisifo è abbinata all’assurdo. Il visitatore non è solo costretto a ricominciare in ogni sala a risalire la montagna con il suo piccolo o grande sasso, ma è vittima dell’assurdo che lo pervade ad ogni passaggio da una sala ad un’altra.

Forse allora si può suggerire al visitatore disorientato di leggere il bellissimo saggio di Lacan su Lo stordito.

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