Robin Hood Gardens: a Ruin in Reverse

In collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, la Biennale presenta un reperto del noto complesso di housing sociale ora in demolizione. Riflessioni sul fallimento di un’utopia

 

Il meglio sta fuori: la forza del reperto in calcestruzzo prefabbricato dei Robin Hood Gardens, ricostruito come in anastilosi sul bordo del bacino dell’Arsenale, mette in ombra la pur bella installazione multimediale interna e, soprattutto, la parte introduttiva, un poco triste con la sua struttura a pannelli.

Veniamo ai fatti. Quest’anno la collaborazione fra il V&A e La Biennale di Venezia ha fatto sì che l’istituzione londinese portasse alla 16 Mostra Internazionale di Architettura un modulo reale del Robin Hood Gardens, complesso di case popolari nell’East London progettato da Alison e Peter Smithson, completato nel 1972, ora in fase di demolizione per permettere un progetto di riqualificazione urbana -oggi si dice rigenerazione urbana, una volta piccone risanatore- da 300 milioni di sterline. Merito del Victoria & Albert aver salvato questo grande frammento, uno degli esempi del Nuovo Brutalismo, che sarà collocato nella collezione di reperti architettonici del museo. Senza entrare nel merito di questa pratica di musealizzazione di pezzi di architettura a scala reale -molto popolare storicamente in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti forse a testimoniare che tutto si può acquisire, anche quello che dovrebbe essere saldamente ancorato alla terra sulla quale è fondato- la riflessione più generale che il padiglione porta è relativa al problema dei progetti di alloggi popolari del dopoguerra, in vero oggi obsoleti, destinati ora ad una rigenerazione che, secondo i critici, sta distruggendo le comunità esistenti senza contribuire ad alleviarne l’emergenza abitativa, secondo i difensori migliora l’offerta di alloggi a basso costo e le condizioni di vita. Il problema è annoso e la soluzione non esiste, ma un dato balza agli occhi: sono questi tutti indizi, che arrivano a costituire una prova, di come l’architettura moderna, sia quella dei padri delle avanguardie, sia quella dei figli del dopoguerra, abbia sostanzialmente fallito nel costruire città ed ambienti migliori per vivere, lasciando al nuovo millennio mucchi di macerie o, nel migliore dei casi, un bel pezzo da museo.

Tutto sbagliato dunque? No, tutto giusto nel pensiero dei nostri padri e dei nostri nonni, ma semplicemente non sostenibile, come dobbiamo amaramente constatare oggi.

Gli elementi prefabbricati in calcestruzzo dei Robin Hood Gardens sono ricollocati qui a Venezia su un’impalcatura d’autore progettata da ARUP con muf architecture/art (sono stati loro a proporre al V&A di acquisire il frammento), mentre la monumentale installazione film/animazione dell’artista Do Ho Suh documenta il momento della demolizione del complesso: meno di cinquant’anni sono passati dalla costruzione della visione utopica degli Smithson.

Onore al merito a chi, in ogni caso ed in ogni modo, ha saputo e voluto salvare almeno un frammento della nostra storia recente e tenerne viva la memoria e l’insegnamento di una visione della vita, della città e dell’architettura, sì utopica, ma che oggi ci manca tanto.

Promotori: La Biennale di Venezia con il Victoria and Albert Museum, Londra Curatori: Christopher Turner e Olivia Horsfall Turner Responsabile progetto: Alexandra Willett Ricerca: Esme Hawes Progetto di allestimento: the design kollektiv Installazione del Robin Hood Gardens Fragment: muf architecture/art; ARUP Installazione film/animazione: Do Ho Suh

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