Il dialogo Botta – Canali

Fulvio Irace ha moderato i due architetti che, tra sostenibilità, progetti e committenze, non vogliono deporre le armi

 

Lo svizzero Mario Botta e il parmense Guido Canali sono stati moderati sapientemente da Fulvio Irace. Due decani che non hanno la minima intenzione di deporre le armi. Una serie di lavori pressoché infinita il primo, più contenuta ma non meno significativa il secondo. Una vitalità più misurata – strano a dirsi – quella di Botta e una forza intatta quella del più anziano, e solitamente schivo, Canali.

L’incontro ha riguardato, nel caso di Botta, l’illustrazione dei suoi due lavori più recenti: il ristorante Fiore di Pietra sulla sommità del Monte Generoso presso il lago di Lugano e il Teatro dell’Architettura presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio. La caratteristiche dei suoi lavori le conosciamo bene: volumi puri con spaccature di luce, ben radicati al suolo e realizzati con materiali ricorrenti (mattoni, pietra) intercalati.

Nel caso di Canali, un excursus tra i progetti realizzati in ambito museale (dunque restauri e allestimenti principalmente) e industriale. I primi, nelle parole dell’autore si caratterizzano per un approccio soft, nel tentativo di “lasciare all’antico la sua identità più autentica”. I secondi, caratterizzati da asciuttezza ed eleganza e da un rapporto intenso col verde. Essendo luoghi della fatica, bisogna rispettare chi li abita e mettersi al servizio del lavoratore.

L’incontro ha avuto più momenti di interesse, anche nelle domande finali che hanno riguardato il rapporto con la committenza e quello con l’architettura sostenibile. Canali, in rapporto al tema della committenza, ha riferito che più il committente lo lascia libero e più il lavoro diventa facile e divertente. Botta invece dice di aver dovuto lottare con committenti “speciali” (ha fatto l’esempio di un pittore che disdegnava i sanitari di colore bianco!) e non sempre è riuscito ad interpretare correttamente le loro esigenze. Infine, sul tema dell’architettura sostenibile, Botta si è detto scettico, non l’apprezza affatto. Canali invece ha sintetizzato che bisogna “auscultare il contesto, il suolo, le persone” ed “eliminare tutto quello che non serve, altrimenti non è architettura”.

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