Che cosa ci insegna lo spazio

Che cosa ci insegna lo spazio

Per l’istituzione scolastica sperimentare implica uno spazio che si articola permettendo una pluralità di azioni, anche indeterminate

 

Published 13 febbraio 2024 – © riproduzione riservata

Perché è importante la forma dei luoghi? Indicare azioni individuali e modalità d’interazione sociale: la forma architettonica ha questo potere. Così facendo ricorda alle persone l’essenza più profonda delle attività che la forma stessa accoglie. Quale essenza, quale significato, dovrebbe ricordare la forma di uno spazio per l’apprendimento, ad esempio? Esistono due distinte traiettorie che possono aiutare a rispondere a questa domanda. Da una parte il verbo controllare, dall’altro il verbo crescere.

La scuola concepita per costruire cumulativamente un sapere produttivo, per preparare il bambino al mondo adulto, non può non assumere le sembianze di un dispositivo disciplinare. Nel produrre la performance, l’apprendimento è finalizzato a rendere sempre più “abile” il soggetto, in un’ipotetica e illusoria progressione lineare. La forma rispecchia quella della caserma e della fabbrica fordista, mentre la sua organizzazione interna si richiama a quelle costruzioni burocratiche che – come aveva ben intuito Max Weber – non promuovono il sapere bensì il disagio e la disperazione.

 

Cambiare la prospettiva

Una scuola pensata per aiutare a crescere, invece, è centrata sul fallimento. Crescere non è altro che un continuo tentativo di cambiamento di cui il fallimento, l’errore e la crisi sono parte integrante. Una scuola pensata per il gioco, che è simulazione e proiezione di futuro, il quale comprende anche l’errore, accompagna lo sviluppo cerebrale del cucciolo di Sapiens in un modo perfetto. Il corpo è l’attore principale di questo percorso di crescita. La crescita di un piccolo essere umano coinvolge corpo e cervello insieme.

Come sottolinea Telmo Pievani, facendo riferimento agli studi dell’antropologo Ian Tattersall (Homo Sapiens. Il cammino dell’umanità, 2012), alcune ricerche suggeriscono che, nel corso dell’evoluzione, il linguaggio potrebbe essere stato raffinato proprio dai bambini. Erano loro, infatti, nelle condizioni ideali per fingere, simulare, sperimentare e giocare con i suoni, le cose e i gesti. Il potenziale creativo nella fase di sviluppo è massimo.

L’organizzazione dello spazio, e la sua forma, possono suggerire diverse modalità d’insegnamento. Uno spazio cellulare non permette, né suggerisce, inter-azioni al di fuori di un programma temporale pre-determinato. Diversamente, sperimentare implica uno spazio che si articola permettendo una pluralità di azioni, anche indeterminate, singole e per piccoli o grandi gruppi. Uno spazio pensato per la crescita suggerisce e si nutre del movimento del corpo, adotta colori e materiali che rispondono ai dubbi, accetta la crisi e il fallimento, non crea altari dai quali emettere giudizi. Lo spazio esterno e quello interno si fondono, chiamano i corpi al gioco e alle cadute. La fase plastica per eccellenza della crescita cerebrale ha bisogno di questo scenario architettonico per trovare la giusta misura.

Questa sezione dello speciale dedicato al rapporto tra neuroscienze e architettura racconterà tale linea di pensiero del progetto per l’apprendimento. Si partirà da un’intervista con Upali Nanda, leader della ricerca all’interno del gruppo statunitense HKS, per continuare con il caso di una piccola scuola in Perù, ad Ica. Torneremo sul tema con il libro di Barbara Wolf Atmospheres of Learning, per chiudere con una sintesi di alcune ricerche di tesi dedicate al progetto delle scuole.

 

Autore

  • Davide Ruzzon

    Architetto, a Milano guida TA TUNING ARCH, società dedicata all’applicazione delle neuroscienze al progetto architettonico che vanta interventi nel settore dell’housing sociale, delle residenze per anziani, ospedali, aeroporti, logistica, scuole, uffici. Ha fondato e dirige NAAD Neuroscience Applied to Architectural Design, ad oggi nel mondo il primo Master internazionale nato sullo stesso tema, all’Università Iuav di Venezia. Ha co-fondato la nuova rivista «Intertwining», sul rapporto tra scienza, cultura umanistica e architettura, edita da Mimesis International. Ha pubblicato "L’architettura delle differenze" (2013) e "Tuned Architecture" (con Vittorio Gallese, 2016), oltre a saggi e articoli in varie riviste d’architettura. Sempre presso Mimesis è stato pubblicato "Tuning Architecture with Humans" (2023)