Expo 2020 Dubai: futuro anteriore

Expo 2020 Dubai: futuro anteriore

Report dalla prima MEASA Region Expo, tra storia e un domani in cui il masterplan di HOK diventerà parte di una città contemporanea nata per addizioni successive

 

Published 1 dicembre 2021 – © riproduzione riservata

DUBAI. 25 milioni di visitatori: 300.000 al giorno, di cui il 70% provenienti dall’estero. Così si annunciava Expo 2020 Dubai nel 2019. I numeri sono cambiati e il mondo insieme a loro, ma è vero che si tratta della prima expo nella MEASA Region (Middle East, Africa and South Asia) e come tale merita di essere osservata.

 

Tra digitale e connessioni, il fattore umano conta ancora

Ad ogni edizione ci s’interroga sull’opportunità e i benefici delle esposizioni universali, in considerazione del fatto che, ormai, la rete globale di comunicazioni digitali è in grado di soppiantare le connessioni fisiche tra gli stati, le imprese, le persone. Gli ultimi due anni ci hanno però insegnato che, seppur i mezzi digitali siano ormai efficienti e le reti siano in grado di assicurare interazioni complesse, il fattore umano rimane ancora fondamentale e ben lungi dall’essere soppiantato da realtà virtuali ed intelligenze artificiali.

Sigfried Giedion ha sostenuto con lucidità come le grandi esposizioni siano nate per mettere in atto la celebrazione del libero commercio e la possibilità di sperimentare sistemi costruttivi all’avanguardia che sarebbero poi diventati standard nella pratica.

Oggi che il commercio è favorito dalle reti e la dicotomia prototipo/applicazione è superata dalle simulazioni della Building Information Technology, la progettazione parametrica, la stampa 3D e la realtà virtuale ci si chiede quale sia lo scopo di un’Expo nella supermodernità.

 

Un’esposizione nella storia

Trascendendo i significati più espliciti relativi alla sostenibilità, mobilità e opportunità, è interessante capire cosa questa Expo rappresenti per Dubai e l’Unione di cui essa fa parte.

Il suo primo significato è essere nella storia. Un paese giovane (l’Unione risale al 1971) usa l’evento per radicare il suo futuro al passato recente dell’umanità e a quello remoto delle civiltà che abitavano il territorio degli attuali Emirati Arabi Uniti. Da un lato, infatti, Expo Dubai 2020 s’inserisce nella timeline della lunga serie di esposizioni universali iniziata con la grande esposizione di Londra del 1851 e, dall’altro, si pone in relazione con il suo passato remoto attraverso la scelta di un logo ispirato ai ritrovamenti del sito archeologico di Saruq Al Hadid che, situato a 30 km dall’attuale sito dell’Expo, ricuce tre millenni di storia e connette antiche civiltà del sud-est dell’Arabia.

 

Dubai Smart City nella scena globale

L’Expo assume anche un secondo significato, quello di consolidare la presenza di Dubai sulla scena globale. Un percorso iniziato con la costruzione del primo grattacielo, progettato da John Harris nel 1979 in una città ancora deserta, e proseguito con la realizzazione di numerosi edifici iconici che hanno contribuito a definirne lo skyline attuale.

Un significato aggiuntivo è il contributo dell’Expo nel configurare Dubai quale prima Smart City nella Regione. Nel 2013 Dubai viene dichiarata, da parte del Bureau International des Expositions (BIE), città vincitrice di Expo 2020 con il motto Connecting the Mind, Creating the Future. Da quel momento, la città inizia il suo cammino nel settore delle comunicazioni e dell’innovazione che, nel 2014, si consolida con l’annuncio del Dubai Plan 2021: un piano strategico che, facendo uso dei principi della Smart City, guarda allo sviluppo della città attraverso la promozione di un’economia traghettata dall’innovazione e dalla connettività digitale.

 

Luogo di incontro della città multietnica

Altro aspetto che rende unica questa rappresentazione globale è per certo, e suo malgrado, la circostanza storica in cui si verifica e lo scenario in cui essa si manifesta: una nazione di 10 milioni di abitanti dove l’89% è rappresentata da expat e solo un 11% da emiratini. Una città di quasi 3 milioni di abitanti dove vivono e lavorano residenti afferenti a più di 200 nazionalità diverse.

Questa Expo non è solo il luogo dove culture provenienti da diversi paesi s’incontrano, ma il terreno in cui le diverse componenti di una città multietnica si riconoscono, ritrovano e celebrano la propria cultura, comunicano le proprie capacità e promuovono la propria economia e identità.

Per i residenti, i padiglioni diventano dunque casa temporanea di ciascuno, e il sito dell’Expo metafora di una città intera, che vive e cresce grazie alle culture, le competenze, le conoscenze e gli apporti del mondo.

Per chi volesse poi capire meglio gli sviluppi futuri di Expo, in questa città che è in divenire continuo e dove la maggior parte della popolazione è transitoria, è sufficiente constatare che il sito di circa 438 ettari non è altro che l’ennesimo tassello o, meglio cluster, destinato a rapidi cambiamenti.

È così che Dubai è cresciuta dagli anni novanta in poi: un collage di aree tematiche indipendenti (Dubai Marina, Knowledge Village, Dubai Media City, Dubai International Financial Center…) che si sono aggiunte in successione sino alla creazione di una metropoli lunga circa 70 km.

Per la prima volta non ci si chiede cosa sarà in futuro questa Expo, ma si vive nella consapevolezza che, come sempre, a Dubai il futuro sia già qui; e molti sono gli indizi che lo confermano passeggiando per l’esposizione, dove la leggerezza di strutture temporanee di piccola scala si sovrappone alla presenza di edifici di scala maggiore la cui consistenza si rivela indubbiamente permanente.

 

Dal masterplan di HOK a District 2020

Il masterplan disegnato da HOK è suddiviso in 3 lobi distinti, ricongiunti dalla grande cupola di copertura della piazza principale (Al Wasl – La connessione), ciascuno caratterizzato da un padiglione generale e un tema specifico (sostenibilità, mobilità, opportunità). Esso diverrà traccia di un nuovo quartiere, il District 2020, dove la grande piazza principale sarà spazio per la comunità urbana circondata da hotel e uffici, i padiglioni temporanei saranno sostituiti da edifici permanenti con funzioni residenziali, commerciali e direzionali, mentre alcuni padiglioni tematici saranno trasformati nell’uso: il padiglione Terra progettato da Grimshaw Architects (dedicato attualmente alla sostenibilità) diverrà il Terra Children and Science Center; il padiglione Alif (mobilità) progettato da Foster & Partners diverrà l’edificio commerciale principale; il padiglione degli Emirati Arabi Uniti sarà trasformato in un centro culturale.

Pur se i grandi portali in fibra di carbonio di accesso all’Expo chiuderanno i battenti il 31 marzo 2022, un nuovo capitolo si aprirà per questa città che non intende fermare la sua corsa nel futuro.

 

Autore

  • Anna Cornaro

    Direttrice del dipartimento di architettura all'American University in Dubai. Professore associato con un PhD in teorie dell’architettura all’Università Sapienza di Roma, è stata ricercatore indipendente alla Tokyo University. Combina ricerca accademica e pratica professionale quale associato nello studio COdESIGN. Nell’ambito accademico ha presentato paper in conferenze internazionali, riviste e libri, approfondendo temi architettonici a varie scale e occupandosi di innovazione nella pedagogia dell’architettura. Nell’ambito professionale, in più di venti anni di attività, ha ricevuto premi in concorsi di architettura e riconoscimenti per progetti realizzati, pubblicati anche in riviste specializzate, libri e atti di convegni. Suoi progetti e installazioni sono stati esposti in tutto il mondo