Per una resilienza idrologica a livello edilizio e urbano

Per una resilienza idrologica a livello edilizio e urbano

Chi progetta oggi un edificio, un’infrastruttura, una città non può non tenere in conto i cambiamenti climatici

 

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Published 16 marzo 2022 – © riproduzione riservata

Acqua e architettura sono un binomio inscindibile. Non c’è architettura, nel senso che non può esistere insediamento umano permanente, senza acqua. Prima di tutto per bere. Poi per coltivare cibo. Per produrre energia. E infine per comunicare: fiumi e mari come vie navigabili di trasporto merci e persone.

L’ubriacatura petrolifera del Novecento ha reso possibile lo sviluppo di grandi città in luoghi aridissimi, dove non sarebbero mai sorte in tempi antichi: Las Vegas o Dubai ne sono l’esempio; l’acqua vi arriva grazie a energivori dissalatori, pozzi profondi, dighe e canali che attingono da luoghi distanti. Se manca energia la città è spacciata, resilienza zero.

 

Acqua: troppa o troppo poca

Il riscaldamento globale induce un importante ripensamento dell’urbanistica nei confronti della risorsa idrica. Avremo in futuro sempre più a che fare con momenti dove l’acqua è troppa e altri nei quali è troppo poca. Siccità di mesi o di anni (megasiccità, come quelle sofferte dalla California), alternate a nubifragi distruttivi, come le piene della Germania e Belgio del luglio 2021 o quelle di Sidney del febbraio 2022. Ci aspetta un clima inedito, con fenomeni estremi amplificati in frequenza e intensità.

E, sempre parlando d’acqua, una geografia costiera alterata dall’aumento dei livelli marini causati dalla fusione delle calotte glaciali polari e dall’espansione termica delle acque. A fine secolo gli oceani potrebbero sollevarsi tra 30 cm e oltre un metro, a seconda dei provvedimenti più o meno efficaci di riduzione delle emissioni di gas serra (accordo di Parigi). Ma di poco o di tanto, Venezia, Mumbai, Miami, Londra, Manhattan dovranno fare i conti con mareggiate più distruttive, erosione e sommersione costiera, cuneo salino nella falda idrica. Qualcosa si potrà salvare con grandi opere di protezione, dighe, argini, idrovore, molto si perderà e costringerà all’emigrazione di massa dei popoli o ad adattamenti flessibili, come le case galleggianti o le palafitte.

Basta leggere il VI rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per convincersi della gravità degli scenari che abbiamo di fronte e prendere atto della loro sottovalutazione nella società globale. Chi progetta oggi un edificio, un’infrastruttura, una città deve tenere conto di queste variabili così dinamiche, che non permettono più di guardare ai dati rassicuranti del passato ma obbligano a confrontarsi con le simulazioni inquietanti del futuro. E ciò è ancora più rilevante in architettura e urbanistica, settori dominati dalla materialità fisica e da una durata ci si augura plurisecolare degli edifici.

 

Per una resilienza idrologica di lungo corso

Come porsi dunque di fronte ai dati pluviometrici? Direi osando dilatare i dati odierni verso limiti oggi ritenuti improbabili, per mettere in atto una resilienza idrologica di lungo corso. Partiamo dalla carenza d’acqua. Fermo restando che lasciamo agli ingegneri idraulici che concepiscono il ciclo idrico integrato (potabilizzazione-distribuzione-fognatura e depurazione) il compito di valutare il migliore approvvigionamento idrico di un agglomerato urbano, è importante aggiungere la capacità individuale della singola unità abitativa a risparmiare acqua e a essere autosufficiente in caso di grave razionamento idrico. Si raggiunge questo obiettivo con la realizzazione di cisterne di accumulo per acqua piovana, utilizzabili nell’ordinario come fonte d’acqua di bassa qualità (innaffiatura orti e giardini, lavaggio superfici, scarichi duali dei wc) e convertibili a fonte potabile in caso di emergenza con filtri e potabilizzatori domestici.

Poiché acqua fa rima con agricoltura e produzione di cibo, un buon progetto urbanistico dovrebbe oggi tenere presente anche un certo grado di resilienza alimentare, con orti domestici di prossimità (Giovanni Astengo aveva teorizzato queste unità abitative autosufficienti già nel 1946 in Agricoltura e Urbanistica).

All’estremo opposto della carenza idrica è il contrasto alle piogge intense: evitare di edificare nelle zone di pertinenza fluviale e torrentizia a rischio, avere il coraggio di demolire o rilocalizzare i beni più esposti, evitare come la peste la nuova cementificazione di suolo che peggiorerebbe la situazione idraulica, costruire vasche di laminazione anche sotterranee (come ha fatto Copenaghen) o canali di gronda come sta facendo Genova, una delle città mediterranee più esposte al rischio di alluvione urbana.

 

Dobbiamo investire su cittadini e protezione civile

E poi investire sull’informazione dei cittadini e sulla protezione civile, senza la quale la sola funzionalità architettonica è monca, non riuscirebbe a esprimere l’intero suo potenziale di prevenzione del rischio. Se manca l’infrastruttura fisica a cui appoggiarsi, i comportamenti virtuosi degli individui non possono esplicitarsi, ma al tempo stesso a poco servirebbe una perfetta infrastruttura non accompagnata da consapevolezza e addestramento al buon uso da parte di chi la vive quotidianamente. È un programma vasto, complesso e che richiede molte competenze. Per questo è spesso trascurato dalle pubbliche amministrazioni che preferiscono un facile taglio di nastro sulla grande opera cementizia di turno.

Immagine di copertina: il ghiacciaio francese Baounet, in forte ritiro

 

Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale

Dalle parole ai fatti. L’ultimo libro di Luca Mercalli racconta di una scelta di vita che testimonia la coerenza di un impegno tra la figura di scienziato e attivista esperto e la necessità di cambiare i comportamenti, in risposta alle emergenze ambientali. Il tutto, sublimato nel profondo amore per la montagna che da sempre ha permeato l’esistenza dell’autore. Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale (Einaudi, 2020, pp. 208, € 17,50) è il diario personale, su un arco di tre anni, intorno alla ricerca, ristrutturazione e insediamento in un edificio semidistrutto del 1700 presso il piccolo villaggio di Vazon, a 1650 metri di quota, nelle vicinanze di Oulx, in alta Valle di Susa (Torino). Così recita il sommario del libro: La montagna è una delle vie da percorrere per sfuggire al riscaldamento globale. Insieme alle tecnologie sostenibili, all’efficienza energetica e a una vita più contemplativa e meno competitiva.

Autore

  • Luca Mercalli

    Nato a Torino nel 1966, è climatologo, direttore della rivista “Nimbus”, presiede la Società Meteorologica Italiana, associazione fondata nel 1865. Si occupa di ricerca su climi e ghiacciai alpini, insegna sostenibilità ambientale e la pratica in prima persona, vivendo in una casa a energia solare, viaggiando in auto elettrica e coltivando l'orto. E' consigliere scientifico di ISPRA. Per RAI ha partecipato a "Che tempo che fa", "Scala Mercalli" e "TGMontagne" e Rainews24. Editorialista per Il Fatto Quotidiano, ha al suo attivo oltre 2600 conferenze. Tra i suoi libri: Filosofia delle nuvole (Rizzoli), Viaggi nel tempo che fa (Einaudi), Prepariamoci (Chiarelettere), Non c'è più tempo (Einaudi), Il clima che cambia (BUR), Salire in montagna (Einaudi) e il libro per bambini Uffa che caldo (ElectaKids).