Ettore Sottsass, Progetto di città: “Voglio risolvere per sempre il problema mondiale dell’architettura”, 1972

Architetture in cerca d’autore

Architetture in cerca d’autore

Bruno Pedretti riflette sul tema dell’autorialità e di come sia sempre più imprescindibile per l’affermazione nell’arte architettonica

 

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Published 31 gennaio 2023 – © riproduzione riservata

Vent’anni fa, il primo numero de «Il Giornale dell’Architettura» si apriva con l’editoriale di Carlo Olmo dal titolo La fama dell’architettura, nel quale il direttore prometteva che il nuovo giornale avrebbe fatto “Sedere attorno a un tavolo i protagonisti e gli interessi che contribuiscono a costruire la fama di architetti, critici, politici, amministratori”. In seconda pagina, l’editoriale si chiudeva esattamente sotto un mio commento a Next, VIII Biennale di architettura di Venezia, dal titolo Un’antologia documentaria avallata dai maggiordomi della comunicazione, dove lamentavo il fatto che la mostra, per quanto interessante, affidandosi alla “notorietà dei nomi” rischiava di avallare una visione “autoreferenziale della disciplina”. La quarta pagina, sempre della sezione “Opinioni”, era infine occupata da una mia intervista a Jean-Louis Cohen dal titolo Se l’architettura diventa famosa, nella quale lo storico e critico d’architettura s’interrogava sugli effetti della “spettacolarizzazione delle opere” con queste parole: “Se la frangia spettacolare dell’architettura permette di dare alla disciplina una visibilità utile a prendere la parola sui molti problemi dell’ambiente urbano, non mi sembra illegittima. Se essa invece rinchiude gli architetti in un ruolo di artisti concettuali a grande scala, è evidentemente negativa”.

“Fama dell’architettura”, “spettacolarizzazione delle opere”, “notorietà dei nomi”, “autoreferenzialità della disciplina”: queste formulazioni già dicevano come, pionieristicamente, nella linea editoriale del Giornale occupasse un posto di riguardo il problema dell’autore, anzi, meglio: dell’autorialità. Autorialità, autorialismo, autoriale: questi termini, se sottoposti all’indagine di un glottologo, penso che dimostrerebbero una tenera età da neologismi, nati e cresciuti non prima del declinare del secolo scorso. A dimostrarlo ci soccorre peraltro il fatto che negli articoli sopra ricordati nemmeno ricorrono, venendo ancora sostituiti da forme lessicali che ne rappresentano le parafrasi e quasi dei sinonimi.

Dietro gli interventi dall’evidente intento programmatico di quel primo numero del novembre 2002, non s’intendeva dunque solo affermare che il nuovo giornale si sarebbe distinto dai facili modelli agiografici (oggi potremmo definirli autoriali) che sempre più sono dilagati nelle pubblicazioni di architettura, ma anche affermare una visione complessiva nella quale l’arte architettonica sarebbe stata presentata, documentata, interpretata nel gioco degli “infiniti interessi” preposti all’opera di architettura, opera di cui l’architetto autore non è certo l’autorità indiscussa ma un membro, per quanto rilevante, dell’autorità complessiva che concorre al progetto, giacché questo “Mobilita saperi artistici, conoscenze tecniche e tecnologiche, investitori e imprese… sino al rapporto con il cittadino” (Carlo Olmo).

Negli anni a seguire, il tema dell’autore avrebbe trovato nel Giornale sempre più fitti e diretti riscontri anche linguistici, tanto da farci incappare senza più reazioni di sorpresa nel concetto di autorialità con cui se ne interrogava e riarticolava lo statuto usando un neologismo alla cui diffusione credo di aver dato un discreto contributo anche individuale. Lo documenta per esempio una “Intersezione” che mi chiese Giorgio Pigafetta per la sua Storia dell’architettura moderna, breve saggio che riassumevo nel numero del Giornale del novembre 2007 e che negli anni successivi avrei sviluppato sino a farlo diventare il testo di apertura di una mia recente collezione di scritti che ne riprende il titolo anche in copertina: Il culto dell’autore.

Sarebbe interessante ripassare la collezione de «Il Giornale dell’architettura» per verificare come nei suoi articoli si sia evoluto anche lessicalmente il tema dell’autorialità in questi vent’anni. In attesa che qualche lettore o studioso lo faccia, sono comunque convinto che l’informazione e il dibattito sulla “funzione autore” nella cultura architettonica contemporanea abbia trovato nel Giornale uno dei migliori osservatori (mi ricordo al proposito anche lo scambio di articoli che ebbi con Stanislaus von Moos sulla Apocatastasi di Le Corbusier).

Nel frattempo, come tutti vediamo, l’autorialità si è sempre più affermata come fattore imprescindibile per l’affermazione nell’arte architettonica. E non poteva che essere così. In un mondo dell’estetizzazione diffusa che ingloba ogni pratica e opera in un sistema comunicativo che non si orienta con gerarchie e modelli né di genere né di disciplina né di qualità, il presunto, spesso millantato e sempre idealizzato valore autoriale fa infatti da toppa a una sempre più logora autonomia dell’arte.

 

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Autore

  • Bruno Pedretti

    Scrittore e saggista milanese, da anni è docente presso l’Accademia di architettura - USI a Mendrisio. Ha lavorato per le case editrici Einaudi e La Nuova Italia. Ha curato le pagine culturali di «Casabella» ed è stato tra i fondatori del «Giornale dell’Architettura». È autore di saggi su arte, architettura, estetica: Il progetto del passato (1997), La forma dell’incompiuto (2007), Il culto dell'autore (2022), e di testi letterari: Charlotte. La morte e la fanciulla (1998, nuova ed. 2015), Patmos (2008), La sinfonia delle cose mute (2012), Il morbo della parola. Una tragedia (2020), Memoria della malinconia (2022). Ha partecipato alla curatela di mostre: Carlo Mollino architetto 1905-1973: costruire le modernità (Archivio di Stato, Torino 2006-2007), Gillo Dorfles. Kitsch: oggi il kitsch (Triennale di Milano, 2012), e curato personalmente: L’immagine maestra. Opere di Arduino Cantafora e dei suoi atelier (Museo d’arte Mendrisio, 2007) e Charlotte Salomon. Vita? o Teatro? (Palazzo Reale, Milano 2017).