Novembre 2002: come e perché nasce il Giornale dell’Architettura

Novembre 2002: come e perché nasce il Giornale dell’Architettura

 

Vent’anni fa usciva il primo numero del mensile cartaceo. La parola al fondatore e direttore fino al 2014

 

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Published 31 ottobre 2022 – © riproduzione riservata

È quasi paradossale che chi ha più scritto sull’abuso delle celebrazioni, riapra il baule, ormai finito in soffitta, de “Il Giornale dell’Architettura”. Perché, forse per chi scrive più che per chiunque altro, gli anni che vanno dal 2001 a oggi presentano il conto salato di una memoria collettiva, davvero troppo vicina alla melanconia freudiana e insieme al capitolo 19 della Genesi inerente la sorte della moglie di Lot. Ma davvero la memoria è così obligée e, se ci si rivolge indietro, si resta di sale?

“Il Giornale dell’Architettura” non nasce per caso. Non solo perché ha un fratello maggiore, “Il Giornale dell’Arte”, ma perché viene progettato dal gruppo che si era costituito intorno all’edizione del Dizionario dell’architettura del XX secolo, che la casa editrice Allemandi fa uscire in sei volumi tra 1991 e 2001, ristampato successivamente dalla Treccani, con l’aggiunta di un volume di saggi e un’antologia fotografica, ancor oggi non ripetuta. E il Giornale ne è in misura non marginale la sua prosecuzione. Perché?

Il Dizionario aveva due connotazioni fondamentali, allora davvero singolari: un gruppo di redattori interni ed esterni alla casa editrice in grado di coordinare più di duemila voci e 400 autori, e che condividevano il principio che la storia dovesse essere scritta da storici e architetti del paese di cui via va si parlava. Questa doppia congiuntura creò da subito una rete di relazioni, ma anche una pluralità di punti di vista che fu l’eredità davvero essenziale per il decollo di un Giornale che poneva (o presumeva) principi non proprio scontati.

In primis, il fatto che l’architettura non si riducesse al disegno, all’opera e all’autore, ma che dovesse restituire ogni componente di un manufatto non certo privato della sua aura (e “il progetto del mese” che era sempre al centro del Giornale – a fianco, quello pubblicato nel primo numero – ne dettò anche una lettura non solo autoriale), tuttavia arricchita da un’attenzione a ogni suo aspetto: dalla formazione dei suoi protagonisti, ai processi formativi come regolativi del lavoro, al mercato che ne definiva valori e distribuiva decisioni, al restauro e alla patrimonializzazione che interessava oggetti e architetture sempre meno scontate, all’informatica (che fu allora quasi una sorpresa persino per chi il mensile lo faceva), alla continua riscrittura delle normative, anch’esse elemento troppo spesso trascurato persino nella formazione universitaria, alla ricezione (attraverso mostre, libri, manifestazioni – in primis il Congresso mondiale UIA a Torino nel 2008 e la Biennale di Venezia, di cui il Giornale più volte pubblicò, come nelle Esposizioni universali, un’edizione quotidiana), alla città e al tema già rilevante del paesaggio, fino al design, che nel 1999 non era proprio quel contenitore quasi informe che è oggi.

Ma l’anima del Giornale non era solo la sua attenzione a un’architettura non unicamente artistica. A segnarne la vita furono soprattutto la volontà di arrivare a una scrittura volutamente aperta a tutti, la scelta di dar voce sulle grandi questioni a ogni “partito” o a ogni “tendenza”, le inchieste, scelte dalla redazione o imposte dall’attualità: tra tutte vorrei ricordare quella sui lavori all’isola della Maddalena in vista del G8 poi spostato all’Aquila, e quella sulla battaglia di Ronchamp. Ma il Giornale generò anche inserti di diversa fortuna e durata: per la sua attenzione alle fonti non italiane, vorrei ricordare “Il Magazine dell’Architettura”, che riprendeva gli articoli del mese più rilevanti usciti nel mondo.

Il Giornale non ha mai avuto una sua ideologia, ma ha portato avanti tre contenuti fondamentali: la vita degli architetti, dalla formazione ai progetti, passando per le questioni giuridiche o economiche; il rifiuto di qualsiasi egemonia culturale, tecnologica, artistica; l’autonomia, garantita anche dall’editore Umberto Allemandi, su casi, in momenti, e su questioni che dire scottanti è poco.

Come fondatore e direttore della testata sino al 2014 sarei un ipocrita se non riconoscersi, pur nelle sue diverse fasi di vita, un ruolo centrale a chi il Giornale lo “macinava”, soprattutto negli ultimi tre/quattro giorni di lavoro frenetico, a volte parossistico, in redazione. Parlo dei caporedattori Edoardo Piccoli e poi Luca Gibello, del gruppo che si allargò, con presenze importanti anche per la linea editoriale, come quelle di Pierre-Alain Croset e Bruno Pedretti; ma sto facendo molti torti e me ne scuso, con chi non riesco a nominare, dei nostri sempre disponibili riferimenti, italiani e stranieri, ereditati dal Dizionario ma non solo.

Il Giornale è stata anche un’esperienza formativa per quasi tutti coloro che vi hanno lavorato, ha consentito alla comunità scientifica non solo italiana di avere una sede dove comunque anche in totale dissenso con la linea di chi reggeva una pagina, una sezione o il Giornale stesso, si poteva essere pubblicati. Tra gli altri, ricordo gli scontri che oggi appaiono quasi pagine di Ivanhoe di Walter Scott, come quelli sul “3+2” legati al percorso universitario.

Mi sia consentito infine il ricordo di una persona che fu determinante nella produzione del Dizionario e nell’avvio del Giornale, Linda Aimone, che purtroppo ci e mi lasciò nel gennaio 2008.

 

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Autore

  • Carlo Olmo

    Nato a Canale (Cuneo) nel 1944, è storico dell'architettura e della città contemporanee. E' stato preside della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino dal 2000 al 2007, dove ha svolto attività didattica dal 1972. Ha insegnato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in altre università straniere. Autore di numerosi saggi e testi, ha curato la pubblicazione del "Dizionario dell'architettura del XX secolo" (Allemandi/Treccani, 1993-2003) e nel 2002 ha fondato «Il Giornale dell'Architettura», che ha diretto fino al 2014. Tra i suoi principali testi: "Le Corbusier e «L’Esprit Nouveau»" (Einaudi, 1975; con R. Gabetti), "La città industriale: protagonisti e scenari" (Einaudi, 1980), "Alle radici dell'architettura contemporanea" (Einaudi, 1989; con R. Gabetti), "Le esposizioni universali" (Allemandi, 1990; con L. Aimone), "La città e le sue storie" (Einaudi, 1995; con B. Lepetit), "Architettura e Novecento" (Donzelli, 2010), "Architettura e storia" (Donzelli, 2013), "La Villa Savoye. Icona, rovina, restauro" (Donzelli, 2016; con S. Caccia), "Città e democrazia" (Donzelli, 2018), "Progetto e racconto" (Donzelli, 2020)