Kay Sargent: diversità per disegnare inclusività
Dialogo con l’esperta dello studio HOK sui temi della progettazione degli spazi del lavoro contemporaneo
Published 11 febbraio 2026 – © riproduzione riservata
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Negli ultimi anni, il dibattito sull’inclusività nel design si è esteso ben oltre il tema dell’accessibilità. Kay Sargent, direttrice del Dipartimento di Thought Leadership, Interiors dello studio internazionale HOK, ha avuto un ruolo determinante nel ridefinire il discorso sulla neurodiversità e l’equità sensoriale. In questa conversazione, esploriamo le molteplici dimensioni della progettazione per utenti neurodiversi, con particolare attenzione ai luoghi di lavoro. Si uniscono al dialogo Tommaso Davi e Alessandro Morganti, che, attraverso il progetto di ricerca Neuro-Sive, stanno sviluppando strumenti pratici a supporto della progettazione neuroinclusiva.
Il suo lavoro ha rimodellato il nostro modo di concepire la progettazione neuroinclusiva, definendo l’esperienza sensoriale non solo a livello di comfort, ma come fondamento di inclusività. In che modo la comprensione della variabilità dell’elaborazione sensoriale approfondisce il nostro approccio all’equità nell’ambiente lavorativo e quali strategie spaziali supportano al meglio i soggetti neurodiversi in ambienti condivisi?
Come progettisti, dobbiamo comprendere che ogni spazio che creiamo ha un impatto su come le persone si sentono e agiscono al suo interno. Questo vale non solo per gli individui neurodivergenti, ma per tutti. Ci piace dire: tutti sono neurodiversi, anche se non tutti sono neurodivergenti. Dobbiamo considerare che ciò che potrebbe essere fastidioso per una persona neurotipica può essere debilitante per una persona neurodivergente. Queste differenze influenzano la concentrazione, il benessere e le prestazioni e, in definitiva, la salute dell’azienda stessa. Ciò significa offrire una varietà di ambienti per soddisfare le diverse capacità, esigenze e richieste di tutti gli individui. Una volta raggiunto un equilibrio tra ambienti iper e ipo stimolanti, la sequenzialità diventa essenziale. Lo zoning è fondamentale per preservare le caratteristiche e l’intento dei vari spazi di lavoro al fine di garantire la riuscita del progetto. Flessibilità significa dare alle persone la possibilità di scegliere l’ambiente che preferiscono. L’unica elemento veramente flessibile nello spazio siamo noi, la nostra capacità di muoverci al suo interno quando ci viene data la facoltà di farlo.
Il design inclusivo trae forza dal “progettare per gli estremi”, ovvero, dal portare beneficio a tutti supportando chi ha bisogni più acuti. Nei luoghi di lavoro, quali sono le opportunità e i limiti di questo approccio? Progettare per gli estremi cognitivi o sensoriali può creare compromessi indesiderati?
Molti credono erroneamente che “progettazione neuroinclusiva” significhi ambienti monotoni, privi di variazioni nella stimolazione sensoriale. Ma in realtà anche una persona ipersensibile non ama gli spazi noiosi: la privazione sensoriale è una forma di tortura. Alcune aree dovrebbero essere tranquille, ma non monotone, per favorire la concentrazione, altre più vibranti e, tra questi due tipi di zone, occorrono anche spazi di transizione per offrire momenti di adattamento. “Progettare per gli estremi” significa offrire opzioni. Un approccio eccessivamente standardizzato, volto ad adattarsi a tutti, spesso, non accontenta nessuno. Non esiste un profilo sensoriale universale. Circa il 22-25% della popolazione vive con delle disabilità che, per il 70-80%, sono invisibili e, attualmente, solo il 4% delle persone rivela la propria condizione in ambito lavorativo. Esistono inoltre le diversità legate a genere, età e stile cognitivo. Dobbiamo progettare tenendo conto di tutti questi elementi, non solo per i futuri utenti, ma anche per coloro che già abitano un determinato spazio.
Il suo recente libro suggerisce che piccoli aggiustamenti di zoning, sequenzialità, texture, illuminazione e soundscape possano avere un profondo impatto sul modo in cui gli individui neurodivergenti si muovono nell’ambiente di lavoro. Come possiamo progettare in modo efficace senza sovraccaricare gli ambienti o ridurne la fruibilità per gli altri utenti?
In un determinato spazio, circa il 40% degli utenti è ipersensibile, il 30% iposensibile e il 30% neurotipico. La chiave per affrontare una tale gamma di profili sensoriali è la varietà. Troppo spesso i luoghi di lavoro presentano un unico livello di illuminazione, un unico profilo acustico, un’unica palette di colori e poche variazioni tra le diverse zone. Questo crea un ambiente appiattito e indistinto. Dobbiamo invece creare opzioni e scelte che consentano alle persone di soddisfare le proprie specifiche esigenze sensoriali nelle varie attività in cui potrebbero essere coinvolte. Questo richiede anche di migliorare la nostra consapevolezza sensoriale per riconoscere meglio ciò che ci si addice di più. Inoltre, occorre onorare il principio del “nothing about us without us”: confrontarsi direttamente con gli altri per comprendere esperienze diverse dalle proprie. Gli architetti e i designer dovrebbero ascoltare, ma allo stesso tempo offrire la loro competenza per aiutare le persone a riconoscere l’esistenza di una varietà di strategie progettuali utili a creare spazi in cui tutti possano prosperare.
Tommaso e Alessandro, avete già collaborato con Kay nella ricerca a proposito di questo argomento. Come si sono incrociate le vostre strade professionali e cosa ha portato alla decisione di collaborare sul tema della progettazione di spazi di lavoro neuroinclusivi? C’è stata una sfida specifica che ha unito le vostre visioni?
Tommaso Davi Sono venuto a conoscenza del lavoro di Kay nel 2019, quando mi sono imbattuto nei primi studi di HOK sulle preferenze sensoriali degli utenti neurodivergenti nei luoghi di lavoro. Ho così riconosciuto aspetti della mia esperienza che mi hanno portato, successivamente, ad una diagnosi di neurodivergenza. Anni dopo, ho incontrato Kay per via del nostro lavoro presso Neuro-Sive, che è stato menzionato nella sezione “Path Forward” del suo libro. Il nostro contributo si è concentrato su uno strumento digitale che aiuta gli utenti a monitorare la propria elaborazione sensoriale e a ricevere consigli personalizzati. Crediamo che la tecnologia digitale possa supportare la progettazione di spazi migliori per una più ampia gamma di diversità sensoriali e cognitive.
Alessandro Morganti La domanda è come possiamo aiutare le persone a riconoscere le barriere invisibili presenti nell’ambiente che le circonda. Che siano neurotipici o neurodivergenti, molti faticano a identificare quali elementi causano il loro disagio. In Neuro-Sive il nostro obiettivo è guidare le persone nella comprensione delle proprie esigenze, creando un fenotipo digitale personalizzato che rifletta l’ampia variabilità all’interno dello spettro sensoriale. Questo rafforza le persone neurodivergenti e consente ai proprietari degli edifici di fare scelte consapevoli sull’’utilizzo degli spazi e il loro miglioramento.
Tommaso Davi Adottiamo un duplice approccio, supportando sia gli utenti che coloro che progettano e gestiscono gli edifici. Trasformando i dati digitali in informazioni utilizzabili, consentiamo alle aziende di ampliare il bacino dei professionisti che possono essere coinvolti nelle loro attività. L’ostacolo che stiamo cercando di superare è la mancanza di consapevolezza “quasi in tempo reale” del processo di elaborazione sensoriale nello spazio fisico. Uno dei modi più efficaci per garantire un’ampia rappresentazione della diversità cognitiva e sensoriale è includere tali prospettive all’interno del team di progettazione stesso. Questo approccio dovrebbe essere in linea con la cultura aziendale ed essere integrato nel framework del progetto.
Alessandro Morganti I dati consentono scelte migliori. Uno studio del 2020 ha calcolato che il costo dell’autismo per persona corrisponde per due terzi a “perdita di produttività”, spesso perché gli ambienti di lavoro non sono progettati per supportare le esigenze di soggetti neurodivergenti. Inoltre, le stesse strategie di progettazione utilizzate nei luoghi di lavoro possono essere vantaggiose per molte altre tipologie di edifici.
Tornando a Kay, pensa che uno strumento come l’app Neuro-Sive possa aiutare a definire strategie diverse e nuove sfide?
Sì, c’è bisogno di strategie e strumenti progettuali che affrontino i molti aspetti essenziali, come il benessere fisico e cognitivo, la salute mentale e elaborazione sensoriale. Ci sono, però, alcune lacune significative che devono ancora essere esaminate, come il background socioeconomico e le differenze di genere. Finché non adotteremo un approccio realmente olistico e complessivo, non progetteremo spazi in cui le persone possano essere veramente se stesse. Come settore, dobbiamo impegnarci di più per integrare l’inclusione a ogni livello. L’interdisciplinarità è essenziale. Dobbiamo andare oltre i processi tradizionali e sequenziali, nella direzione di una mentalità più olistica.
C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere per concludere?
Il nostro settore si trova in un momento cruciale in cui le esigenze degli utenti stanno cambiando rapidamente. Non possiamo più fare le cose come abbiamo sempre fatto. Inoltre, ora, abbiamo a che fare anche con l’intelligenza artificiale. Se l’atto progettuale viene ridotto a una questione di estetica e tendenze, bastano pochi prompt per creare uno spazio che abbia un bell’aspetto. Per aggiungere veramente valore al progetto, dobbiamo basarci su un approccio scientifico, capire cosa influenza le persone e creare ambienti che rispondano davvero a ciò che siamo come esseri umani.
Immagine di copertina: elementi progettuali flessibili, come nuove aperture nei solai e un atrio che favorisce il movimento, offrono un’esperienza spaziale diversificata. Queste soluzioni dimostrano come sostenibilità e inclusione possano lavorare insieme per creare uno spazio di lavoro responsabile dal punto di vista ambientale e capace di adattarsi nel tempo (©Arup Office at One Centenary Way Birmingham, United Kingdom)





Architetta professionista attiva con un proprio studio a Milano, si è laureata al Politecnico nel 2010 e ha ottenuto nel 2022 il master “Neuroscience Applied to Architectural Design – NAAD” presso l’Università Iuav di Venezia. Tra il 2005 e il 2009 ha frequentato per un anno la UIC di Barcellona e ha lavorato nello studio dell’architetto catalano Carlos Ferrater, in seguito suo correlatore di tesi. Dal 2011 al 2017 è stata assistente presso il Politecnico di Milano affiancando il professor Angelo Lorenzi nell’attività. Da quando ha iniziato il suo percorso professionale ha sviluppato un profondo interesse per il rapporto tra la persona e l’ambiente costruito, frequentando diversi corsi per approfondire le sue conoscenze in alcune discipline olistiche tradizionali, Feng Shui in particolare.



