DeafSpace, lo spazio oltre il paradigma udente

DeafSpace, lo spazio oltre il paradigma udente

Da Adolf Loos alla Gallaudet University: riflessioni e riferimenti per una progettazione attenta e sensibile alle esigenze della comunità sorda

 

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Published 17 maggio 2026 – © riproduzione riservata

 

Verso la fine della sua vita Adolf Loos comunicava sempre più spesso per iscritto, attraverso biglietti e appunti scambiati durante gli incontri con la sua cerchia più stretta. L’architetto che aveva dichiarato guerra all’ornamento conviveva sin dall’infanzia con una progressiva perdita dell’udito che, dopo i 55 anni, l’aveva reso quasi completamente sordo. 

Eppure, la storiografia ha raramente interrogato la sua opera alla luce di questo aspetto, che finora è stato letto perlopiù come mero dato biografico. Come ha osservato Lennard J. Davis, “le persone con disabilità di successo vedono la propria disabilità cancellata dal loro [stesso] successo”.

Una rilettura recente di alcune sue opere tardive, tra cui Villa Moller a Vienna (1928) e Villa Müller a Praga (1930), invita tuttavia a interpretare determinate scelte progettuali anche come risposte alla sua sordità. Gli spazi interni di entrambe le abitazioni sono caratterizzati, ad esempio, dall’uso di una ricca palette di materiali e colori, che l’architetto pone in costante dialogo visivo con gli ambienti, e da soggiorni dotati di aperture di grandi dimensioni, che concorrono a delineare una concezione dello spazio fondata su una forte permeabilità percettiva. 

Tale prospettiva appare particolarmente significativa specie se considerata nel contesto del modernismo, un movimento che ha visto emergere un’architettura orientata verso modelli abitativi standardizzati nei quali risulta implicita un’idea di abitante udente. Solo molti decenni dopo, con l’affermarsi del DeafSpace, la relazione tra spazio e sordità diventerà oggetto di una riflessione progettuale sistematica.  

 

Progettare a partire dalla sordità

Il DeafSpace è un approccio progettuale sviluppato a partire dal 2005, quando l’architetto Hansel Bauman avvia presso la Gallaudet University di Washington D.C., il “DeafSpace Project” in collaborazione con il Dipartimento di American Sign Language (ASL) e Deaf Studies.

La Gallaudet University è l’unica università al mondo in cui la lingua dei segni americana è lingua d’insegnamento insieme all’inglese. Per questa ragione, la maggior parte degli studenti iscritti è sorda o ipoudente, circa il 77% della popolazione studentesca, secondo i dati del 2023. Il Campus, progettato originariamente da Frederick Law Olmsted nel 1866, ha sviluppato nel tempo una ricca stratificazione di pratiche spaziali elaborate dalla comunità di riferimento che ha contribuito a modellare progressivamente gli ambienti e la vita quotidiana dell’istituzione. 

Dalle ricerche elaborate nella sua fucina nascono nel 2010 le “Gallaudet University DeafSpace Design Guidelines”, che sistematizzano il rapporto tra spazio architettonico ed esperienza delle persone sorde, organizzando i risultati in 5 ambiti principali: prossimità spaziale, portata sensoriale, mobilità, luce e colore, condizioni acustiche ed elettromagnetiche degli ambienti. Ciascun ambito è accompagnato da diagrammi progettuali che mostrano come si strutturino le relazioni tra corpo, percezione e ambiente costruito, traducendo in forma spaziale le peculiari modalità comunicative ed esperienziali della comunità sorda. 

Il DeafSpace non si cristallizza tuttavia in un semplice modello istituzionale, ma si traduce altresì in strategie progettuali individuali. In tale prospettiva, appaiono particolarmente significative le riflessioni di tre architetti attivi tra Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera, accomunati da un’esperienza diretta della sordità, che costituiscono un banco di prova privilegiato per osservare come questo approccio possa declinarsi in linguaggi differenti, dentro e fuori la Gallaudet University, e quale ruolo possa assumere nel più ampio dibattito sull’architettura inclusiva.

 

L’esperienza della comunità sorda

Contrariamente a quanto molti pensano, la sordità non riguarda tanto l’udito quanto la comunicazione”, afferma Delphine Quach, fondatrice dello studio Kamishibai Architectes EPFL, con sede a Vevey. Nella maggior parte dei contesti, infatti, la comunicazione è organizzata attorno al suono che, riconosciuto come canale privilegiato, dà forma ad ambienti progettati secondo una logica spaziale incentrata prevalentemente sui bisogni degli udenti. 

Per le persone sorde e ipoudenti, invece, la relazione con lo spazio si struttura soprattutto attraverso la vista, che conferisce così alla comunicazione una dimensione precipuamente visiva, in cui le voci si rendono visibili nello spazio. Tuttavia, le persone sorde e ipoudenti abitano lo spazio non soltanto secondo modalità percettive ed espressive visive, ma anche attraverso quelle corporee, specie quando la lingua dei segni, assunta nelle sue molteplici varianti culturali e geografiche, costituisce il principale strumento di interazione. In quanto visiva, spaziale e incarnata, la lingua dei segni mostra come lo spazio non sia un semplice sfondo, ma un elemento attivo che, nel quadro del DeafSpace, contribuisce a rendere la comunicazione più accessibile e immediata. 

Al fine di porre al centro l’esperienza spaziale delle persone sorde e ipoudenti, la filosofia progettuale del DeafSpace non propone semplicemente una serie di accorgimenti tecnici destinati a una categoria specifica di utenti, ma ridefinisce il modo stesso di intendere la relazione tra corpo, interazione sociale e ambiente costruito. 

La comunicazione visiva e gestuale richiede infatti continuità percettiva, ampiezza dei campi visivi, percorsi sufficientemente larghi da consentire simultaneamente la mobilità e il dialogo tra più persone senza interruzioni, nonché particolare attenzione alle condizioni luminose, che dovrebbero assicurare sempre un’adeguata leggibilità delle espressioni facciali e gestuali. Lo spazio assume così un ruolo attivo nella costruzione delle relazioni sociali, favorendo il benessere e l’efficacia della comunicazione. 

 

 

Oltre l’Universal Design 

Il DeafSpace permette di ripensare lo spazio a partire da una specifica condizione sensoriale, avviando un dialogo critico con l’Universal Design. Quest’ultimo nasce con lo scopo di rendere gli ambienti accessibili al maggior numero possibile di persone, nonostante, come rilevato da Aimi Hamraie, preservi una certa inclinazione a perseguire l’universalità, che rischia di attenuare la specificità delle differenze invece di assumerle come risorse volte a valorizzare in maniera determinante il progetto. In questa luce, il DeafSpace propone un paradigma differente: non una generalizzazione dell’accessibilità, ma l’assunzione dell’esperienza sensoriale e sociale delle persone sorde e ipoudenti come fondamento della concezione dello spazio. 

DeafSpace e Universal Design condividono obiettivi simili, ma li affrontano in modo diverso – precisa Christopher Laing, fondatore di Deaf Architecture Front (DAF), piattaforma nata per sostenere le persone sorde che desiderano formarsi e lavorare nel campo dell’architettura, colmando la mancanza di strumenti e supporti strutturati nei percorsi accademici e professionali del settore – L’Universal Design mira spesso a un’inclusività ampia che abbracci tutti gli utenti, talvolta a un livello generale. Il DeafSpace, invece, è radicato in esperienze vissute specifiche”.

Secondo Richard Dougherty, Executive Director of Architecture and Facilities alla Gallaudet University e direttore di Richard Lyndon Design, la definizione stessa di DeafSpace emerge dagli stessi limiti dell’Universal Design. Progettare a partire da bisogni umani specifici può infatti produrre risultati più efficaci rispetto a quelli derivanti da un’impostazione generalista rivolta indistintamente a tutti: “Il DeafSpace approfondisce, lavorando su condizioni reali e specifiche, mentre l’Universal Design tende a estendere l’accessibilità in ampiezza, rischiando però di appiattire le differenze”. 

 

Per una progettazione attenta alle differenze

Se l’Universal Design, nel tentativo di garantire un’accessibilità estesa e generalizzata, continua spesso a riferirsi a un ambiente costruito fortemente influenzato da una prospettiva centrata sull’udito, basata su allarmi acustici, annunci vocali e segnali sonori, il DeafSpace presuppone un approccio più specifico, che mira a progettare ambienti in cui le persone sorde e ipoudenti possano comunicare senza sforzo, muoversi in sicurezza e sentirsi pienamente a proprio agio.  

Ciò nonostante, nella pratica progettuale contemporanea l’accessibilità è ancora spesso affidata a una logica eminentemente normativa, in cui l’attenzione si concentra, per esempio, sui dispositivi a induzione magnetica (hearing loop), dando per scontato che tutte le persone con disabilità uditive utilizzino apparecchi acustici o impianti cocleari. Uno scenario poco realistico che rivela criticità concrete legate alla sicurezza e alla comunicazione nella vita quotidiana: “Nei bagni pubblici, ad esempio, come fanno le persone sorde a sapere quando suona un allarme antincendio?”, si interroga Christopher LaingQuesta distanza tra norma ed esperienza vissuta mette in evidenza un punto centrale dell’approccio DeafSpace: la necessità di coinvolgere gli utenti fin dalle primissime fasi del processo progettuale. “Il coinvolgimento prioritario degli utenti è la parte più importante del DeafSpace”, sottolinea Richard Dougherty, mentre per Delphine Quach questo principio nasce da un limite strutturale insito nella progettazione, notando come “le persone non direttamente coinvolte non possano immaginare gli ostacoli che incontrano”. 

Dalle riflessioni dei progettisti coinvolti emerge così una visione condivisa: progettare a partire da situazioni specifiche e mediante il coinvolgimento diretto degli utenti, due aspetti che dovrebbero sempre guidare il processo progettuale, ponendosi come condizioni necessarie per immaginare un’architettura più attenta alle differenze e alle esperienze umane, ovvero più accessibile e capace di avvicinare le persone. In tal senso, il DeafSpace si configura come una filosofia progettuale profondamente centrata sull’essere umano. 

Come scrivono Cheryl Davis e Raymond Lifchez nella lungimirante “An Open Letter to Architects” (1987), l’accessibilità non va intesa come mero vincolo della progettazione, ma costituisce un fondamentale orientamento della pratica architettonica. Nell’orizzonte di senso tracciato dal DeafSpace, la progettazione architettonica non si impoverisce mai quando si mostra capace di intercettare e accogliere le differenze, assumendole come proprio punto di partenza: al contrario, diventa più precisa, più consapevole e, in definitiva, più umana.

Immagine di copertina: interni di Villa Müller, Adolf Loos (© Albertina Wien – www.albertina.at) 

 

Nina Vollenbröker, “Deafening Architectural Modernism. Reconsidering the Archive of Adolf Loos”, in J.L. Barclay, S. Hunt-Kennedy (a cura di), “Cripping the Archive. Disability, History, and Power”, University of Illinois Press, 2025 

Ines Weizman, “Tuning into the Void: The Aurality of Adolf Loos’s Architecture”, “Harvard Design Magazine”, Do You Read Me?, 38, 2014 

DeafSpace – Gallaudet University  

Hansel Bauman, “Gallaudet University Deaf Space Design Guidelines”, bozza di lavoro, Washington, D.C., Gallaudet University, 2010. Documento fondativo del DeafSpace Project”, sviluppato presso la Gallaudet University, che raccoglie linee guida e diagrammi progettuali dedicati al rapporto tra spazio architettonico ed esperienza della comunità sorda

Autore

  • Anna Bernardi

    Si è formata all’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana a
    Mendrisio, dove ha conseguito successivamente il Dottorato di ricerca. Attualmente svolge
    attività didattica e di ricerca presso l’Istituto di storia e teoria dell’arte e dell’architettura
    (ISA) della stessa Accademia di architettura. È autrice di Architettura e politiche della
    memoria. Louis I. Kahn e Peter Zumthor: due progetti non realizzati (Mendrisio Academy
    Press, 2023), volume insignito del “Premio Emilia Zinzi per la storia dell'arte 2023”.

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