L’acqua fragile: le sfide italiane tra qualità, scarsità e adattamento
Le soluzioni non mancano (pavimentazioni drenanti, tetti verdi, vasche di laminazione e trincee verdi) ma è necessario attuare completamente la Direttiva Quadro Acque e applicare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici
La tutela e la gestione responsabile dell’acqua è fondamentale per assicurarci un futuro in tempo di cambiamenti climatici. Dipendiamo irrimediabilmente dall’acqua dolce, rara e preziosa risorsa che rappresenta circa il 2,5% di quella totale sulla Terra, ma solo una piccola frazione di questa, cioè il suo 0,007%, è facilmente accessibile dai fiumi e dai laghi, l’altra è nel sottosuolo o nei ghiacciai. Peraltro, l’acqua a disposizione non la trattiamo benissimo: a 26 anni dalla Direttiva Quadro Acque (DQA 2000/60/CE) ancora oltre il 56% dei nostri corpi idrici superficiali non ha raggiunto il “buono stato ecologico” previsto. Purtroppo l’attuazione della DQA, la più importante in materia, in Italia è caratterizzata da persistenti debolezze strutturali, principalmente legate a una governance frammentata e a un insufficiente coordinamento tra istituzioni, che determinano direttamente ricorrenti casi di non conformità agli obblighi giuridici dell’UE. Solo a gennaio 2026 la Commissione europea ha avviato una nuova procedura d’infrazione contro l’Italia per errata trasposizione della DQA, perché la normativa italiana non garantisce un registro completo delle concessioni di prelievo e sbarramento delle acque e la revisione periodica delle concessioni idriche. Si tratta di un aspetto critico, poiché la DQA richiede la rivalutazione periodica delle pressioni (prelievi, scarichi, alterazioni morfologiche) per assicurare l’efficacia delle misure ambientali. L’assenza di revisione impedisce una gestione adattativa e consente il mantenimento di usi non più sostenibili. Ma non è la prima volta, perché la UE ha più volte richiamato l’Italia per le mancanze in materia di tutela delle acque e anche recentemente ha avviato una procedura di infrazione per il mancato corretto recepimento della direttiva sull’acqua potabile (direttiva (UE) 2020/2184) perché la piena attuazione dei requisiti europei sulla qualità dell’acqua è fondamentale per proteggere la salute umana e l’ambiente.
Qualità delle acque: il rapporto ISPRA
Il recente rapporto ISPRA sulla qualità delle acque in Italia ha evidenziato come l’inquinamento da fonte diffusa, in particolare dall’agricoltura, rimane la pressione maggiormente incidente sulle acque superficiali, la cui qualità è aggravata anche dall’inquinamento “puntuale”, dovuto agli scarichi urbani caratterizzati ancora da un deficit di sistemi di depurazione, oggetto, neanche a dirlo, di procedura di infrazione dalla UE. La qualità delle acque è ulteriormente compromessa da altre problematiche, come l’inquinamento da parte dei PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), composti chimici sintetici, non degradabili, che contaminano acqua, suolo e alimenti, accumulandosi nell’organismo umano e causando gravi rischi per la salute.
ISPRA evidenzia, tra le altre pressioni, quella di tipo idromorfologico caratterizzata dalle numerose. opere di difesa idraulica, spesso inutili e dannose, che hanno in gran parte “canalizzato” i nostri fiumi, riducendone le aree di esondazione naturale e distruggendo la vegetazione spondale; i nostri corsi d’acqua, inoltre, sono fortemente frammentati da numerose barriere (come dighe, traverse, briglie), molte delle quali ormai obsolete, che alterano il trasporto di sedimenti (sabbie, limi) al mare e impediscono i naturali movimenti migratori a molte specie di pesci.
Infine, sebbene il 79/% dei corpi idrici sotterranei è in stato quantitativo buono, è da evidenziare che la criticità principale “è dovuta al “water balance” (75%) che si ha quando la media annua dei prelievi a lungo termine sul corpo idrico eccede la disponibilità della risorsa idrica, e può comportare una diminuzione significativa dei livelli della falda acquifera. La seconda causa è l’intrusione salina (16%)”. Quest’ultimo elemento ci introduce alla più ampia criticità dovuta alla disponibilità della risorsa idrica il cui valore annuo medio nel trentennio climatologico 1991-2020 è diminuito del 19% rispetto al periodo di riferimento storico 1921-1950 (ISPRA, 2022).
Sebbene l’inverno 2025-26 (dicembre-febbraio) abbia mostrato un quadro climatico caratterizzato da forti precipitazioni, i problemi di scarsità idrica non sono risolti. Lo schema che caratterizza la crisi climatica nell’area del Mediterraneo può essere sintetizzato da una maggiore frequenza e intensità di precipitazioni estreme, alternata a periodi prolungati di scarsità d’acqua. Un cambio di condizioni che aumenta la vulnerabilità e i rischi per il nostro territorio. Le piogge eccezionali dell’inverno 2025-26 costituiscono a tutti gli effetti eventi meteorologici estremi, coerenti con i trend di lungo periodo evidenziati dai monitoraggi climatici, che si traducono, sempre più spesso, in alluvioni, frane e danni alle infrastrutture.
Superare la logica emergenziale
Tutto questo ci pone di fronte alla necessità di garantire una gestione e tutela del territorio e della risorsa idrica che superi la logica emergenziale, caratterizzata dall’affidamento straordinario a commissari ad ogni crisi idrica o evento calamitoso eccezionale (siccità, depurazione delle acque, dissesto idrogeologico). È necessario garantire una corretta pianificazione ridando centralità alle Autorità di bacino, come previsto dalla DQA. È indispensabile che venga data applicazione ai Piani di gestione delle Acque anche attraverso la redazione e/o l’aggiornamento dei “bilanci idrici”, fondamentali per ripartire l’acqua tra i diversi usi (civile, agricolo, industriale) in funzione della reale disponibilità idrica.
Attraverso una approfondita e aggiornata conoscenza dello stato (quali-quantitativo) delle acque e degli ecosistemi acquatici è possibile favorire politiche di risparmio e consumo responsabile della risorsa idrica, ma anche di tutela e ripristino dell’ambiente per garantire i servizi ecosistemici che solo fiumi e laghi in buone condizioni possono fornire. Inoltre, è indispensabile che si dia adeguata applicazione al Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a fine 2023 ma non ancora pienamente operativo: è necessario che vengano promossi piani di adattamento locali soprattutto nelle aree maggiormente a rischio per le conseguenze del mutamento climatico, come l’alta costa adriatica o, come confermato dai recenti accadimenti, la costa orientale della Sicilia. È necessario promuovere politiche che consentano un graduale e positivo adattamento all’inevitabile cambiamento climatico con politiche che incentivino, in particolare, le Nature Based Solutions in grado di dare risposte concrete alla vulnerabilità del nostro territorio. Sono utili, ad esempio, le Aree di infiltrazione Forestali, in grado di ricaricare la falda fino a 1 milione di metri cubi/anno per ettaro riforestato, piuttosto che ripristinare zone umide lungo i fiumi recuperando naturali aree di esondazione che possono contribuire alla mitigazione del rischio idraulico e ad aumentare la capacità autodepurativa del corpo idrico.
Le soluzioni per le città
Ma ci sono anche molte soluzioni che possono essere sviluppate nelle città come gli interventi di drenaggio urbano sostenibile per favorire superfici permeabili, come pavimentazioni drenanti nei parcheggi, o tetti verdi che riducono il deflusso delle acque grazie a coperture vegetali, vasche di laminazione in aree verdi o artificiali che possono temporaneamente accumulare acqua o trincee verdi drenanti, che iniziano, timidamente, a vedersi anche in Italia, come successo recentemente a Milano. Infine, c’è il Piano nazionale di Ripristino, previsto dal regolamento europeo Nature Restoration, fondamentale per le politiche di adattamento al cambiamento climatico e che rappresenta un’occasione estremamente importante per favorire un’azione diffusa di rinaturazione del nostro territorio, avviando azioni concrete, come contribuire a recuperare la continuità ecologica di 25.000 km di fiumi in Europa, già entro il 2030.
Responsabile Acque – Direzione Conservazione WWF Italia
Biologo, esperto di conservazione della natura, rinaturazione fluviale, difesa del suolo ed educazione ambientale. Attualmente Freshwater senior expert nella Direzione Conservazione del WWF Italia; già responsabile “Attività di Conservazione ecoregione Alpi” e responsabile “fiumi e acque” (1994-2013), successivamente responsabile area “rete e oasi” (2011-2016). Dal 1980 è referente della riserva naturale Oasi WWF Le Bine (Mn – Cr) nel Parco naturale Oglio Sud. È socio fondatore del CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale). Ha ideato e organizzato campagne di volontariato a livello nazionale per la tutela dei fiumi (es. campagne livingrivers 2001, 2011) o della biodiversità nelle Oasi (es. “il Monitoraggio della biodiversità nelle Oasi WWF appartenenti a rete Natura 2000” nel 2012). Ha prodotto numerosi documenti e pubblicato una trentina di contributi scientifici. Ha promosso e organizzato convegni tecnici (dissesto idrogeologico, fiumi, biodiversità) di livello nazionale e internazionale.







