L’acqua che non vediamo

L’acqua che non vediamo

Un’analisi della crisi idrica globale smonta narrazioni semplificate su scarsità e conflitti, evidenziando governance, disuguaglianze, acqua invisibile, impronta idrica e gestione politica delle risorse

 

Published 25 maggio 2026

Negli ultimi mesi, il dibattito scientifico e mediatico intorno alla crisi idrica globale ha subito una svolta lessicale significativa: il rapporto dell’UNU-INWEH ha introdotto l’espressione “bancarotta idrica” per descrivere una condizione che la comunità del settore conosce da decenni. I dati contenuti in quel documento non sorprendono chi ha lavorato, come me, all’interno del World Water Development Report prodotto dall’UNESCO-WWAP: sono cifre già note, già pubblicate, già discusse. Ciò che cambia è la parola scelta per contenerle.

 

La “bancarotta idrica” e il peso delle parole

La terminologia non è mai neutrale. Insieme ad altri studiosi – tra cui il professor Filippo Menga dell’Università di Bergamo, che sta coordinando una risposta critica al rapporto – concordo con questi sul fatto che il ricorso al vocabolario finanziario rischi di allontanarci da una lettura dell’acqua come bene comune e diritto umano, per ricondurla entro la logica dello sfruttamento e del profitto. “Bancarotta” evoca fallimenti di mercato, non ingiustizie strutturali. E quando la parola sbaglia, anche l’azione rischia di sbagliare. Lo ripeteva spesso il professor Tony Allan del King’s College London: un’idea, per quanto giusta, non produce cambiamento se non sa farsi capire.

 

L’acqua invisibile e i processi di rigenerazione

Eppure esistono processi di rigenerazione idrica che avvengono ogni giorno, silenziosi e invisibili ai titoli di giornale. La gestione dei suoli e dei boschi di mezza montagna per contenere frane e alluvioni a valle. La coltivazione dell’acqua verde – l’acqua piovana che nutre le piante, umidifica il suolo, regola il ciclo dell’umidità atmosferica. La ricarica delle falde sotterranee, che rappresentano il 99% dell’acqua dolce liquida disponibile sul pianeta. Nessuno ne parla. Eppure dall’acqua che non vediamo dipende, in misura determinante, la nostra sopravvivenza collettiva.

 

Le guerre per l’acqua e l’acqua nelle guerre

Lo stesso principio vale per i conflitti. Il mantra delle “guerre per l’acqua” – quella profezia ciclicamente riproposta secondo cui il prossimo conflitto mondiale scoppierà per le risorse idriche – è stato sistematicamente smontato dalla letteratura scientifica, da Peter Gleick del Pacific Institute ad Aaron Wolf della Oregon State University, fino allo stesso Tony Allan, che ha dimostrato come i paesi aridi preferiscano importare cibo piuttosto che combattere per coltivarlo sul proprio territorio. I dati storici sulle dispute idriche mostrano una netta prevalenza di eventi cooperativi rispetto a quelli bellici.

Altra cosa, però, è la distruzione deliberata delle infrastrutture idriche come strumento di guerra. La devastazione dell’impianto di desalinizzazione di Gaza, il bombardamento della diga di Kherson in Ucraina, le minacce ricorrenti a impianti di dissalazione in Medio Oriente: questi non sono episodi di “guerra per l’acqua”, ma il suo contrario – azioni mirate a distruggere l’accesso all’acqua, configurabili come crimini contro l’umanità. Il campo della cosiddetta weaponization dell’acqua si sta sviluppando rapidamente, con studiosi come la professoressa Mara Tignino dell’Università di Ginevra e il professor Mark Zeitoun del Geneva Water Hub impegnati a tracciarne i confini giuridici e politici.

 

Governance, potere e questioni di genere

Sul versante della governance, permane una delle asimmetrie più strutturali e meno discusse: quella di genere. Nelle comunità rurali dei paesi a basso reddito, il compito di procurare l’acqua – spesso percorrendo distanze considerevoli – ricade quasi esclusivamente sulle donne e sulle ragazze. Questo carico preclude loro l’accesso all’istruzione, all’autonomia economica, alla vita pubblica. Ma la disparità non si esaurisce qui: man mano che si sale nella catena delle decisioni idriche – dalla gestione locale delle fonti, alle politiche infrastrutturali regionali, fino alle negoziazioni internazionali sui bacini transfrontalieri – la presenza femminile si assottiglia fino a scomparire. Il problema non è l’acqua: è il potere, e chi ne detiene il controllo. Su questo tema ho appena pubblicato un capitolo specifico nell’ultimo manuale accademico di Diplomazia Idrica, pubblicato da Routledge.

La letteratura nel settore dell’acqua (ingegneristica, agronomica, diplomatica, afferente all’idrogeologia o alla chimica) e tutto il corpus di articoli accademici di rango internazionale riflette fedelmente questa struttura: dominata da voci maschili, occidentali, anglofone, raramente capace di incorporare saperi indigeni, conoscenze locali, e men che meno prospettive di genere. La Water & Gender Coalition dell’UNESCO-WWAP, di cui faccio parte, lavora precisamente su questo: costruire basi di dati disaggregati uomo/donna nel settore idrico, senza i quali qualsiasi politica resta cieca. La Giornata Mondiale dell’Acqua 2026 è dedicata a questo tema – eppure le iniziative capaci di affrontarlo davvero restano poche. Vale la pena chiedersi perché. Quanti eventi si sono svolti in Italia sulla tematica? Facciamoci delle domande e diamoci delle risposte.

 

Acqua virtuale e blue washing, il rischio dell’inganno

C’è poi una dimensione che riguarda direttamente le imprese e i sistemi produttivi: quella dell’acqua virtuale e dell’impronta idrica, concetti sviluppati da Tony Allan e Arjen Hoekstra, professori scomparsi recentemente, ma che ci hanno lasciato una grande eredità. L’Europa importa circa il 40% dell’acqua che consuma attraverso i prodotti agroalimentari che acquista: mangiare è, di fatto, un atto idrico. Eppure il sistema produttivo globale non dispone ancora di meccanismi di rendicontazione idrica adeguati. Le imprese tendono a costruire narrazioni di sostenibilità idrica prive di dati verificabili – una pratica che ho definito blue washing, in analogia con il greenwashing ambientale.

Un’azienda che dichiara di compensare il proprio impatto idrico fornendo un litro d’acqua potabile in Africa subsahariana per ogni litro di birra venduta commette un doppio errore: ignora che produrre un litro di birra richiede circa otto litri d’acqua, e presume che la compensazione possa avvenire tra bacini idrografici del tutto distinti. I mercati dei water credits, come quelli dei carbon credits, richiedono metodologie rigorose altrimenti rischiano di trasformarsi in strumenti di opacità e inganno nei confronti dei consumatori.

 

Cipro e la geopolitica mediterranea

Un caso che ho avuto modo di osservare con attenzione in prima persona è quello di Cipro: il paese europeo con più dighe per abitante, oggi dipendente per l’85% dal mare come fonte di acqua potabile. Una nazione costruita sull’imperativo di “trattenere ogni goccia prima che giunga in mare” e che ha dovuto comunque ricorrere ai dissalatori – inclusi impianti d’emergenza operanti in mare – per fronteggiare una siccità ormai definitiva e strutturale, aggravata dalla crisi climatica e dal fatto che si trova dentro un cosiddetto “hot spot climatico” secondo l ‘IPCC dell’ONU. La complessità cipriota non è solo tecnica: la divisione dell’isola fa sì che la parte settentrionale riceva acqua direttamente dalla Turchia attraverso un condotto sottomarino, mentre la falda sotterranea – indifferente ai confini politici e alla Buffer Zone ONU – attraversa in due l’isola. Gestirla in modo bicomunale, nel rispetto del diritto idrico internazionale, è una delle sfide più urgenti e più trascurate della geopolitica mediterranea.

Sul piano della ricerca, lavoro attualmente all’interno del progetto STAPLES, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del consorzio PRIMA, con l’obiettivo di analizzare come l’impronta idrica di Marocco ed Egitto possa orientare strumenti di politica pubblica per prevenire shock nei prezzi dei cereali – una questione tornata prepotentemente attuale con le recenti tensioni nello Stretto di Hormuz. Parallelamente, sto approfondendo il ruolo politico dell’acqua verde e le implicazioni della gestione delle piogge nei cambiamenti d’uso del suolo, costruendo su quanto elaborato nella Marie Curie Fellowship conclusa a fine 2025 sull’impronta idrica italiana.

Seguire i flussi d’acqua invisibile, le dinamiche di potere, l’acqua non raccontata e nascosta nelle narrative comuni, è un po’ il mio segno personale e per me significa risalire alle origini di ogni crisi idrica locale. Trovare le soluzioni, spesso, significa restituire parola e potere a chi quella crisi la vive ogni giorno e che, troppo spesso, non compare né nei report internazionali né nelle stanze delle decisioni politiche.

Immagine di copertina: nna donna si lava le mani presso un’installazione nota come “tippy tap”, comune di Manaure (La Guajira, Colombia, © UNICEF/Guillermo Ossa)

Autore

  • È una geografa specializzata in politiche internazionali in materia di acqua e alimentazione. Ha lavorato per le Nazioni Unite presso l'UNESCO in Ghana e per otto anni presso il Programma Mondiale di Valutazione delle Acque dell'UNESCO, occupandosi di monitoraggio delle risorse idriche e disuguaglianze di genere nell'accesso e nella gestione dell'acqua. Ultima allieva del professor Tony Allan (King's College di Londra), da circa vent'anni si occupa di acque sotterranee, conflitti idrici, acqua virtuale e impronte idriche, spaziando dalla sostenibilità idrica del cibo che mangiamo al consumo idrico dei prodotti industriali. Attualmente è Marie Skłodowska Curie Research Fellow presso l'Università di Bergamo e Visiting Research Fellow presso il Dipartimento di Geografia del King's College di Londra; ha recentemente pubblicato un libro sul "Bluewashing" aziendale. Dal 2025 Francesca supporta EMEA come consulente scientifica, offrendo a titolo volontario la sua esperienza in materia di politiche idriche e sostenibilità.

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