Una torre che connette
L’esperienza seminale della Warka Tower nelle parole di chi l’ha ideata e progettata. Sviluppa la complessità e rimette l’acqua al centro della trasformazione
Molte grandi civiltà sono nate e si sono sviluppate in relazione all’acqua. In Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate, i canali irrigui sostennero l’agricoltura e la crescita delle prime città. In Egitto, il Nilo fertilizzava i campi, scandiva il calendario ed era una via di comunicazione. Nella civiltà dell’Indo, Dholavira integrò riserve e sistemi di drenaggio nella propria forma urbana. Nelle regioni aride della Persia, i qanat portavano per gravità l’acqua delle falde verso insediamenti e coltivazioni, richiedendo una gestione comunitaria. I Romani fecero di acquedotti, fontane, terme e reti di scarico un’infrastruttura civile legata alla vita pubblica.
Culture e periodi diversi, ma un principio comune: l’acqua non era una funzione aggiunta all’architettura. Ne determinava la posizione, la forma e il rapporto con il territorio. Pozzi, cisterne, canali e luoghi per il bagno erano insieme opere tecniche e spazi collettivi. Con lo sviluppo delle reti idriche moderne, questo rapporto diretto si è progressivamente indebolito. L’approvvigionamento e lo smaltimento sono stati affidati a infrastrutture estese e complesse, che hanno prodotto enormi progressi sanitari. Allo stesso tempo, l’acqua è diventata quasi invisibile. La utilizziamo senza sapere da dove provenga, quanta energia richiedano il trasporto e il trattamento, o quale percorso compia dopo lo scarico. Questa distanza dal suo ciclo reale ha ridotto la consapevolezza del suo valore e della sua vulnerabilità.
Le contraddizioni sono evidenti. Utilizziamo acqua potabile per funzioni che non la richiedono, impermeabilizziamo il suolo e poi ci difendiamo dalla pioggia che non riesce più a infiltrarsi, allontaniamo l’acqua dalle città e cerchiamo fonti sempre più lontane per alimentarle. Nel progetto architettonico l’acqua compare spesso alla fine, come materia da distribuire e smaltire, invece di orientare fin dall’inizio il rapporto tra edificio, clima e territorio.
Progettare con l’acqua richiede un cambio di prospettiva. L’edificio non può essere pensato come un oggetto autonomo, collegato al territorio soltanto da tubazioni e allacci. Da dove arriva l’acqua? Con quale energia viene resa disponibile? Chi ne controlla l’accesso? Come viene raccolta, utilizzata, depurata e restituita al suolo? Sono domande tecniche, ma anche spaziali, sociali e politiche.
Dalla Warka Tower a Warka Water
Nel 2013, all’interno dello studio di progettazione VITTORI, abbiamo avviato una ricerca sui sistemi decentralizzati e a basso impatto per la raccolta e la gestione dell’acqua. Da quella ricerca è nato Warka Tower, una struttura leggera concepita per intercettare acqua atmosferica e piovana attraverso materiali e tecniche costruttive adattabili ai diversi contesti.
La forma ha reso il progetto riconoscibile, ma non è mai stata il suo fine principale. Il progetto reale comincia oltre l’oggetto, nel rapporto tra clima, materiali, capacità costruttive, manutenzione e uso quotidiano. Una torre che la comunità non può comprendere, riparare e gestire rimane un corpo estraneo, anche quando funziona. Warka Water Inc. è stata costituita in seguito come organizzazione non profit per trasformare la ricerca in interventi concreti nei villaggi rurali e nelle comunità prive di un accesso sicuro all’acqua. Portare la sperimentazione fuori dallo studio ha significato confrontarsi con il clima reale, i materiali reperibili, la qualità dell’acqua, i tempi delle comunità e la manutenzione.
Sul campo ho compreso che la soluzione più sofisticata non è necessariamente quella con il maggior numero di componenti. È quella che può essere capita, adattata e mantenuta localmente. Un’infrastruttura dipendente da ricambi lontani o competenze esterne rischia di fermarsi appena termina il progetto pilota. Una tecnologia costruibile e riparabile sul posto può invece generare autonomia e conoscenza. L’innovazione va valutata anche per ciò che lascia dietro di sé.
The SEED
È da questa esperienza, e dalla consapevolezza dei limiti di ogni soluzione isolata, che è nata The SEED Initiative: “Cultivating Flourishing Civilizations”. SEED non è un singolo progetto né un catalogo di oggetti sostenibili. È una piattaforma di ricerca, progettazione e azione territoriale che mette in relazione attività non profit, impresa sociale, produzione etica e iniziative radicate nei luoghi. Il suo scopo è contribuire alla costruzione di territori capaci di utilizzare le proprie risorse senza impoverirle, generando conoscenza, lavoro e autonomia locale.
L’acqua ne costituisce un punto di partenza, ma non può essere separata dal suolo, dall’agricoltura, dall’alimentazione, dalla salute, dai materiali, dall’energia, dagli ecosistemi e dalle forme dell’abitare. Per questo SEED opera in 6 ambiti connessi: architettura e design; materiali locali; agricoltura, acquacoltura e nutrizione; cultura e patrimonio; rifiuti ed economia circolare; conservazione degli ecosistemi. Non sono settori da affiancare, ma parti di un unico sistema.
Una fonte d’acqua assume un valore diverso quando sostiene un orto, una scuola, un laboratorio artigianale, uno spazio pubblico o una piccola attività produttiva. Un edificio costruito con materiali locali può generare formazione e lavoro. Un progetto agricolo può contribuire alla sicurezza alimentare, alla protezione del suolo e alla gestione delle risorse idriche. L’architettura torna così a connettere risorse, persone e conoscenze.
SEED nasce dalla necessità di ricomporre ciò che molti interventi tendono a separare. Troppo spesso il progetto idrico non dialoga con quello agricolo, l’architettura ignora i cicli dei materiali, il patrimonio viene disgiunto dall’economia locale e la formazione arriva come attività accessoria. Ne risultano oggetti magari efficienti, ma fragili, incapaci di sostenersi quando termina il finanziamento.
Il primo campo di applicazione di questa visione è il mondo swahili, in particolare Zanzibar e Pemba, dove acqua, agricoltura, cultura, patrimonio, paesaggio e attività produttive sono interdipendenti. Lo stesso approccio viene sviluppato in altri contesti, tra cui Panama. SEED non propone un modello da importare, ma un metodo per leggere risorse e fragilità di ciascun territorio e costruire iniziative capaci di rafforzarsi a vicenda.
L’acqua deve ritornare visibile
Il rapporto tra acqua e architettura riguarda anche la giustizia. In molti luoghi l’acqua è presente ma non accessibile, oppure viene contaminata e distribuita in modo diseguale. Nelle stesse città convivono edifici ad alto consumo e quartieri con un approvvigionamento discontinuo o troppo costoso. Parlare di resilienza senza affrontare questa asimmetria rischia di trasformare l’adattamento climatico in un privilegio.
L’architettura ha una responsabilità che supera l’efficienza del singolo edificio. Ridurre i consumi viene prima della ricerca di nuove fonti. Raccogliere la pioggia, favorire l’infiltrazione, differenziare gli usi e riutilizzare l’acqua dovrebbero essere condizioni ordinarie del progetto. L’acqua ci costringe infine a ridimensionare l’idea di controllo su cui molta architettura moderna ha costruito la propria identità. Evapora, filtra, erode, trasporta, contamina e connette. Può essere risorsa, minaccia, paesaggio, infrastruttura e rito nello stesso momento.
Progettare con l’acqua significa accettare questa complessità: costruire non contro i suoi movimenti, ma imparando a rallentarli, raccoglierli, custodirli e restituirli. È il passaggio che unisce la ricerca di VITTORI, il lavoro di Warka Water e la visione di SEED: dall’oggetto alla relazione, dalla soluzione isolata al territorio, dall’emergenza alla costruzione di capacità locali. Quando l’acqua torna visibile, rivela le dipendenze che l’edificio isolato preferisce nascondere: dal clima, dal suolo, dagli ecosistemi e dagli altri esseri umani. È da qui che l’architettura può ricominciare: non dalla pretesa di dominare le risorse, ma dalla capacità di riconoscere i limiti e trasformarli in una responsabilità condivisa.
Immagine di copertina: il villaggio Warka, Torre Warka, Camerun (@ Arturo Vittori)
È architetto e designer, fondatore di VITTORI, bottega indipendente di progettazione e prototipazione in cui architettura, design e ricerca vengono sviluppati attraverso sperimentazione diretta, processi artigianali e soluzioni costruite su misura per ogni contesto. Nel 2013 ha ideato Warka Tower e successivamente fondato Warka Water Inc., organizzazione non profit impegnata nello sviluppo di sistemi decentralizzati e a basso impatto per l’accesso all’acqua nelle comunità rurali. È inoltre fondatore e direttore artistico di The SEED Initiative: Cultivating Flourishing Civilizations, piattaforma di ricerca e azione territoriale che connette acqua, architettura, agricoltura, materiali locali, patrimonio culturale, economia circolare e conservazione degli ecosistemi.








