Australia

Di Alessandro Colombo  •  Mag 24, 2018 at 8:23pm  •  I padiglioni nazionali 2018

Australia: Repair

Una prateria australiana in Laguna metafora di un nuovo equilibrio con la natura e l’ambiente

 

Negli spazi del padiglione progettato da Denton Corker Marshall Architects, aperto a maggio 2015, l’Australian Institute of Architects ha affidato alla coppia di architetti Mauro Baracco e Louise Wright e all’artista Linda Tegg il compito di stimolare nei visitatori “nuovi modi di pensare e vedere il mondo, inventare soluzioni in cui l’architettura assicuri il benessere e la dignità di ogni cittadino in questo fragile pianeta”. Il tema guida Freespace è elaborato a partire dal concetto di “Repair” per instaurare un “dialogo tra l’architettura e le specie vegetali in via di estinzione”.

L’allestimento è “immersivo e multisensoriale” ed è composto di migliaia di piante coltivate direttamente nel padiglione, una sorta di prateria australiana in Laguna. Il sistema è, quindi, costituito dal ricordato Grasslands Repair, costituito da 60 specie delle quali solo l’uno per cento sopravvive dai tempi precedenti all’insediamento degli europei nel continente australe, da Ground, serie di 2 canali video che indagano il territorio australiano, e Skylight, sistema tecnologico sostenibile che permette la vita delle piante all’interno del padiglione. Una scelta di progetti frutto di una call – progetti che forse si sentiva il bisogno di vedere con miglior dettaglio – illustra l’approccio a questa possibile “riparazione” per proporre in termini concreti un nuovo equilibrio con la natura e l’ambiente.

Sulla scia di The Pool, fortunata installazione della passata edizione curata da Aileen Sege Architects, l’Australia gioca ancora la carta della singola proposta dal forte impatto, ma in questo caso il risultato è di molto minor effetto, lasciando nello spettatore la sensazione di una buona intenzione realizzata con una forza espressiva forse debole e con un impatto emozionale non così forte, anche per il fatto che questa natura, imprigionata in una sorta di camera bianca dalla forte luce piatta, non induce poi così fortemente il pubblico alla partecipazione al bisogno di “riparare l’ambiente condiviso”, come era forse nelle intenzioni dei curatori.

 

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