Padiglione Santa Sede

“Vatican Chapels”: lo scandalo della Croce

 

La porta stretta da cui si accede alla cappella di Terunobu Fujimori sembra la perfetta metafora dell’insegnamento evangelico su coloro che si salvano (Luca, 13,24). E, dei dieci progettisti di rango prescelti dalla Santa Sede per realizzare le cappelle, ben pochi riescono a varcare quella porta.

Per la prima partecipazione del Vaticano alla Biennale, l’iniziativa, lodevole nelle intenzioni (per la curatela di Francesco Dal Co con il cardinale Gianfranco Ravasi) mostra la corda negli esiti, visibili presso il giardino della Fondazione Cini sull’isola di San Giorgio (come ci era sembrato quando ne avevamo parlato nel nostro avvicinamento).

Lasciamo perdere le letture stilistiche. Sul fronte tipologico tutti, tranne proprio Fujimori, rompono il legame archetipico cappella-capanna; sebbene il riferimento dovesse essere la cappella del cimitero di Stoccolma di Erik Gunnar Asplund, presentata attraverso disegni e riletta nelle forme e nelle strutture da Magnani e Pelzel in un mastodontico catafalco inutilmente monumentale (l’undicesimo manufatto, che dà il benvenuto al visitatore).

Vista la libertà che la committenza ha lasciato nello svolgimento del programma, sarebbe più corretto parlare di padiglioni di delizia nel bosco, en plein air: nel Settecento in Francia le avrebbero chiamate bagatelle. Eppure, timidamente, qualche indicazione era stata impartita: la croce, la mensa, il leggìo, please. Invece, quasi ovunque non ce n’è traccia, talvolta neppure della croce. Eppure, almeno quella, poteva non essere oggetto dell’ego dell’architetto nel reinterpretarla, fin quasi a renderla irriconoscibile o simbolo “altro” da quello di redenzione cristologica.

Però, almeno, sono spazi della religiosità laica prêt-à-porter? Spazi che sublimano l’afflato di spiritualità insito in ciascuno di noi? O spazi della sacralità architettonica? Forse la risposta andrebbe lasciata ai non credenti ma, dal personale punto di vista, anche qui caschiamo male. Neppure il ricorso agli effetti di luce, da sempre elemento caratterizzante nell’architettura sacra, è fonte di redenzione, sebbene qualcuno ci provi. Così, tra l’improbabile scultura di Corvalán, il chiosco delle bibite di Godsell, il prisma eretico di Berman (all’interno, il piano è la mensa o una seduta?), la baracca di Fujimori, l’edicola bislacca di Flores & Prats, la fermata del bus di Cellini, la galleria deforme di Foster e il vulcano buono di Radic, spiccano gli interventi condotti agli estremi, entrambi radicali: da un lato, la massiva e basica arcaicità di Souto de Moura; dall’altra, l’astrazione concettuale di Juaçaba, che elimina la tettonica a favore di un’ontologia della croce che si fa unico segno materiale di congiunzione tra orizzontale e verticale, dimensione immanente e trascendente, attraverso un gesto chiaro ed eloquente.

Quale sarà la sorte delle cappelle griffate? Dovrebbero essere ricollocate e riutilizzate, ha affermato monsignor Ravasi durante l’inaugurazione. Pare vi sia l’interessamento anche di un’istituzione culturale polacca che vorrebbe trasferirle tutte in Polonia.

Comunque, prima di lasciare in vaporetto l’isola, per il visitatore in eventuale crisi mistica al rovescio, suggeriamo di entrare un attimo nella chiesa di San Giorgio (lì, la porta è larga). Il progetto, non recente, è di un certo Andrea Palladio…

 

I progettisti e le aziende di Vatican Chapels: Andrew Berman con Moretti, Terna; Francesco Cellini con Panariagroup; Javier Corvalán con Simenon; Ricardo Flores, Eva Prats con Saint-Gobain Italia; Norman Foster con Maeg, Tecno, Terna; Terunobu Fujimori con Barth Interni, LignoAlp; Sean Godsell con Maeg, Zintek; Carla Juaçaba con Secco Sistemi; Smiljan Radic con Moretti, Saint Gobain Italia; Eduardo Souto de Moura con Laboratorio Morseletto; Francesco Magnani, Traudy Pelzel con Alpi (per il Padiglione Asplund) General contractor: Sacaim

 

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