Felipe Assadi: gli architetti devono promuovere il miglioramento nella della vita

 

L’architetto cileno inaugura l’edizione 2019 del ciclo di conferenze “Costruire, abitare, pensare” portando il Cile in Italia, tra progetti e le differenze nella professione e nei contesti

 

Felipe Assadi inaugura il programma culturale dell’edizione 2019 di Cersaie. Si presenta in una camicia ampia, nera a maniche corte che si allarga come uno stendardo quando apre le braccia, enfatizzando il gesto. Non è una novità: l’abito dismesso dai preti diventa quello degli architetti. Ma dei profeti dell’architettura contemporanea Felipe Assadi ha la tenuta ma non l’alterigia. Il suo discorso affabile è trapuntato d’una ironia che crea prossimità, sconfiggendo la distanza con una platea di colleghi dell’altra parte del mondo.

La provenienza geografica segna però il divario nella professione. Felipe viene da un paese che nell’ultimo decennio ha visto una costante crescita economica, in cui la geografia pesa più della storia – come lui stesso ha dichiarato -, dove 17 milioni e mezzo di abitanti sono per metà concentrati in una regione metropolitana centrale e per il resto dispersi su oltre 750.000 kmq. L’architetto italiano, lo sappiamo, agisce invece in un paese con un’economia da tempo a singhiozzo, dove la storia conta definitivamente più della geografia – con le note ricadute sul progetto – e dove, soprattutto, oltre 60 milioni di abitanti gravano su appena 300.000 kmq punteggiati di un edificato sedimentato e diffuso ab urbe condita.

L’ambiente produce mutazioni nel genoma della professione. In Cile gli architetti proseguono la tradizione di progettisti e costruttori di edifici, oggetti e persino residenze unifamiliari. In Italia invece l’intera categoria professionale è investita da un processo vorticoso di trasformazione del ruolo, che, al netto di numerose spinte divergenti, ne tende a fare gli animatori e i garanti dei percorsi di rigenerazione e trasformazione. Tra queste esperienze il comune denominatore, lo ha detto Assadi lucidamente nel question time, si situa ad un livello più basso: in ambedue i casi gli architetti dovrebbero essere i promotori di un miglioramento nella qualità della vita.

È una missione che, in Cile, Assadi attua per via formale, incastonando strutture nella diversità dei paesaggi. Si tratta di un operare che prosegue a distanza di tempo e di spazio la lezione dei Moderni, iniettandola dell’attuale tecnologia, con cementi al nudo arricchiti di nuove protezioni chimiche per ambienti aggressivi o di nuove possibilità di stampo e vibrazione delle loro superfici o, in altri casi, approfittando delle evoluzioni più recenti della prefabbricazione.

Comune alla sua produzione è la purezza dei volumi e delle forme garantita dal contrappunto tra pieni e vuoti, massa e leggerezza, opacità e trasparenza. L’unitarietà che determina la bellezza dei risultati deriva dall’evidenza e dalla maestria con la quale essi si lasciano percepire come il prodotto di una sequenza di azioni coerenti a partire da una materia e ad una massa originaria di cui si intuisce sempre la traccia. L’architettura rende abitabile la cristallizzazione di un processo che sarebbe potuto proseguire e del quale si percepisce la fonte, oltre i tagli intervenuti per ricavarne le aperture o per scomporre i volumi in elementi discreti. La bellezza di questi edifici consegue dalla capacità di assorbire e fissare la dinamica del processo compositivo in un suo stato di equilibrio mai così lontano dall’origine da non lasciarne intuire la sorgente formale.

Così, per esempio, il Pabéllon 4 Usos (Los Vilos, 2014) si manifesta come la frammentazione di un prisma, quasi come un obelisco che cadendo si fosse spezzato. Alla Bahia Azul (Los Vilos, 2014) la casa è un parallelepipedo sghembo, con le lastre di cemento cavate per le aperture ricomposte all’ingresso come gradoni del percorso d’accesso. L’organizzazione del frammento ammicca all’estetica della rovina.

Diverso processo, ma stesso principio per la Casa H (Zapallar, 2018). Qui l’ispirazione è il profilo metallico estruso, impresso nella sezione terminale di un’opera che prosegue però nelle sue linee generative, travalicando ogni confine e conquistando il paesaggio.

La chiarezza del programma deriva dall’eccezionale controllo formale e tecnico-costruttivo, necessario quando la percezione della relazione tra elementi distinti si gioca con l’ombra di scanalature di pochi centimetri. Rischio di una produzione perfetta può essere però il ridursi a fatto formale, limite di cui Assadi è consapevole ed anzi ribalta a vantaggio, tenendosi lontano da ogni tentazione di imbrigliare la fluidità del vivere contemporaneo in forme costruite sin dal suo motto: “Preferiamo abitare una struttura che strutturare un abitare”. Così, pur nell’ispirazione del Movimento Moderno, Felipe Assadi si qualifica decisamente contemporaneo.

 

 

Related Posts

A spasso per la BDW 2019   Giunta alla sua quinta edizione, la Bologna Design Week promette una vita...

“Costruire Abitare Pensare”: Emilio Ambasz e Attilio Stocchi   Fulvio Irace introduce il green in...

“Costruire Abitare Pensare”: Jakob + MacFarlane   Brendan MacFarlane rappresenta lo studio parigino...

Leave a Reply