Le due sezioni speciali

Di Michele Roda  •  Mag 24, 2018 at 8:32pm  •  Freespace

Sezioni speciali

Inserite direttamente nella mostra principale, raccontano esperienze di punta della didattica e della ricerca (fatta all’Accademia di Mendrisio) in “The practice of teaching”, e sperimentazioni di architetti irlandesi ispirate da progetti che fanno parte della storia dell’architettura (“Close encounter, meetings with remarkable projects”)

 

The practice of teaching

La dimensione dell’insegnamento invade FREESPACE e inonda le Corderie dell’Arsenale. Ufficialmente è una sezione speciale, “The practice of teaching”. In realtà – complice anche un progetto allestitivo fluido e promiscuo (freespace, appunto) – i confini tra esposizione principale e percorso parallelo sono sostanzialmente inesistenti.

E così i 13 progetti speciali si perdono, un po’ confusamente, nella sequenza di allestimenti proposti e organizzati da Grafton Architects. Si propongono di raccontare esperienze di punta della didattica e della ricerca, sottolineando il binomio indissolubile tra progetto e scuola. Il risultato è un ampio catalogo del meglio di quanto produce l’Accademia di Mendrisio, istituzione che ospita anche il duo Farrell-McNamara. C’è infatti tantissima svizzera in questa retrospettiva: Arnaboldi, Botta, Blumer, Bearth&Deplazes, Boesch, Miller&Maranta, Olgiati. E tra i non svizzeri tutti (dai Mateus a Francis Kéré, da Frédéric Bonnet a João Nunes, da Jonathan Sergison all’altoatesino Walter Angonese) sono passati dalle aule universitarie del Canton Ticino.

Questa coerenza geografica non si traduce in analoga coerenza di contenuti o di linguaggi. In linea con la tendenza generale che emerge da FREESPACE, anche la sezione speciale “The practice of teaching” è soprattutto una somma di allestimenti. Alcuni particolarmente affascinanti, come “Experience of Space” di Valerio Olgiati che in fondo alle Corderie costruisce una selva di colonne bianche capaci di realizzare un’atmosfera sospesa, in dialettico contrasto con i pilastri in mattoni dell’edificio stesso. Poco distante è Riccardo Blumer a proporre una delle sue invenzioni meccaniche, realizzate insieme agli studenti, che grazie al movimento continuo realizzano muri liquidi e smaterializzati, di acqua saponata. Gli altri architetti/docenti invitati raccontano – con materiali molto diversi tra loro (disegni, modelli, ricostruzioni in scala 1:1, ma anche video e racconti fotografici) – il loro specifico approccio al fare e insegnare architettura. Qui il FREESPACE diventa quello spazio ambiguo e ibrido che sta nel binomio Teaching/Practice, come da titolo del lavoro di Jonathan Sergison: il luogo compresso che si situa tra il tavolo dello studio e la cattedra della scuola.

 

Close encounter, meetings with remarkable projects

Il Passato, con la P maiuscola. Reinterpretato, attualizzato, smontato e rimontato. Il Padiglione Centrale dei Giardini esprime una visione del FREESPACE di forte continuità: con esperienze del passato, con progetti esemplari, con alcuni Maestri.

La sezione speciale Close Encounter, strategicamente collocata nella prima sala, ha una sua forza nell’indirizzare sguardi e pensieri dei visitatori. In uno spazio affascinante di suo – con luce zenitale – il racconto di Grafton Architects raccoglie 16 installazioni: giochi di forma che, grazie anche alla densità di elementi, costruiscono una geografia fluida e articolata. Il motivo di questa accoglienza è nelle parole delle curatrici stesse: “A volte nel nostro Presente indaffarato e nella nostra corsa a testa bassa verso il Futuro, dimentichiamo che il Passato rimane lì in silenzio per noi, come risorsa da cui possiamo attingere ispirazione”. Il modo in cui questa considerazione, per tanti versi banale, viene tradotta merita attenzione. Perché innanzitutto Farrell-McNamara fanno di questa sezione una sorta di riserva dedicata alla loro Irlanda: sono appunto 16 gli architetti di Dublino e dintorni che sono stati chiamati a portare in mostra altrettanti modelli.

Non sono né edifici né parti di edifici. Ma sperimentazioni architettoniche, contemporanee e al tempo stesso ispirate da progetti che fanno parte della storia dell’architettura. Li hanno selezionati le stesse curatrici, contribuendo così a proporre una sorta di pantheon personale: c’è Luis Barragán, c’è Frederick Law Olmsted, c’è João batista Vilanova Artigas. Ma ci sono anche, con uno sguardo italico-centrico, Giovanni Michelucci (con la Chiesa dell’Autostrada) e Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti (con l’edificio residenziale milanese di via Quadronno).

Da questi 16 incontri, tanto ravvicinati quanto forzati, scaturiscono riflessioni e suggestioni che si solidificano in esperimenti compositivi. In alcuni di questi la traduzione e l’interpretazione sono passaggi immediatamente percepibili, in altri si fatica a cogliere il senso stesso dell’operazione. Ma quello che rimane è sicuramente un ricco collage di forme articolate che provano a costruire un collegamento (anche questo fluido e liquido, come tutto il FREESPACE) con la tradizione architettonica.

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